News/eventi

Luglio 2018


Il tar Sicilia ha accertato l’inadempimento del ministro dell’economia e del ministro delle infrastrutture

 

Ci sono voluti più di tre anni e da ultimo l’intervento dell’Avv. Enrico Mormino dello studio Elexia, che ha assistito vittoriosamente la società AST Aeroservizi S.p.A. innanzi il TAR Sicilia, per sbloccare l’iter di affidamento della gestione totale dell’aeroporto di Lampedusa, incredibilmente bloccato, a partire dal 23 marzo 2015, negli uffici del Dipartimento del Tesoro e della Ragioneria dello Stato, privi di qualsivoglia legittimazione e competenza, che hanno strumentalmente impedito la conclusione del procedimento, reiterando istruttorie e richiedendo adempimenti in contrasto con le stesse disposizioni del DPR n. 201/2015.

La storia potrebbe sembrare incredibile ma per gli addetti ai lavori rappresenta la triste realtà!

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze che giustamente professa efficienza e richiede il raggiungimento di opportuni obiettivi economici, con i suoi reiterati e gravi ritardi ed inadempimenti, accertati dai diversi TAR competenti, vanifica progetti ed investimenti e procura costantemente al sistema aeroportuale italiano rilevantissimi e non recuperabili danni economici.

Nel gennaio 2014 ENAC avviava la prima gara ad evidenza pubblica, ai sensi dell’art. 704 cod. nav., per l’affidamento della gestione totale ventennale dell’aeroporto di Lampedusa che veniva aggiudicata ad AST Aeroservizi S.p.A., società che nei mesi successivi conseguiva la certificazione aeroportuale e sottoscriveva l’atto convenzionale con ENAC. Tutto era pronto, a partire dal 23 marzo 2015, per la firma da parte del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e del Ministro dell’Economia e delle Finanze del predisposto ed approvato schema di decreto interministeriale di affidamento della concessione ma ecco che entrano in gioco i Dipartimenti del Tesoro e della Ragioneria dello Stato che, incuranti dell’intervenuta riforma dell’art. 704 cod. nav. e della conclusa procedura di gara ad evidenza pubblica, iniziano un nuovo e non contemplato lungo iter istruttorio finalizzato a ritardare per quanto possibile l’affidamento della gestione totale di Lampedusa, con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ed ENAC che, imbarazzati e per non creare uno scontro istituzionale, si limitano ad assistere da spettatori.

Ci sono volute innumerevoli diffide e da ultimo un apposito ricorso per silenzio inadempimento e risarcimento dei danni innanzi il TAR Sicilia per sbloccare la situazione. Ed infatti i Giudici amministrativi con la sentenza n. 1536/2018, depositata in data 3 luglio 2018, accogliendo tutte le tesi portate avanti dall’Avv. Enrico Mormino nell’interesse di AST Aeroservizi S.p.A., hanno accertato che “nessuna competenza amministrativa e/o anche solo consultiva compete, ai sensi di legge, alla dirigenza del Ministero dell’Economia e delle Finanze ovvero al Dipartimento del Tesoro ed al Dipartimento della Ragioneria, che non hanno alcuna legittimazione attiva e competenza nell’ambito del procedimento di rilascio della concessione aeroportuale” procedendo a dichiarare l’illegittimità del silenzio complessivamente serbato dai due Ministri delle Infrastrutture e dell’Economia e delle Finanze in questi oltre tre anni, in quanto unici soggetti titolati ad esprimersi politicamente, in termini positivi o negativi, sulla conclusa gara ad evidenza pubblica.

Sempre il TAR Sicilia, con la sentenza richiamata, ha ordinato ai due Ministri di pronunciarsi, ciascuno per quanto di propria competenza ed entro il termine ultimo di 60 giorni, in ordine al procedimento concessorio dell’aeroporto di Lampedusa a favore di AST Aeroservizi S.p.A., nominando sin d’ora, in caso di loro persistente inottemperanza, un apposito Commissario ad acta nella persona del Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che dovrà provvedere, in via sostitutiva, nei successivi 30 giorni, a tutti i necessari adempimenti, con spese a carico dei due ministeri coinvolti.

Ecco così che dopo oltre tre anni e solo grazie ad una sentenza di condanna dei due Ministri competenti potrà concludersi l’iter di affidamento della gestione totale dell’aeroporto di Lampedusa, che in questi tre anni ha continuato a garantire il diritto alla mobilità ed alla salute degli abitanti dell’isola solo grazie allo sforzo di AST Aeroservizi S.p.A..

In allegato la Sentenza n. 01536_2018 del 03.07.18.

Avv. Enrico Mormino

Il Giudice del Lavoro di Verona accoglie la tesi sostenuta dall’avv. Gianluca Crespi, responsabile della practice Labour di Elexia avvocati & commercialisti, a favore di DBInformation, società leader nella fornitura di servizi multimediali e multipiattaforma per la crescita delle aziende.

La sentenza ha difatti riconosciuto la legittimità della clausola risolutiva inserita in un contratto di agenzia legata al mancato raggiungimento dell’obiettivo minimo che permette alla società di risolvere il contratto in tronco senza il pagamento delle indennità di preavviso e di cessazione del rapporto.

Il Giudice ha così rigettato le pretese dell’agente di commercio, che rivendicava nei confronti dell’ex preponente il pagamento delle indennità in questione e del risarcimento dei danni a seguito della intervenuta risoluzione del contratto per inadempimento dell’obbligo di conseguire determinati livelli minimi di fatturato.

Avv. Gianluca Crespi

Giugno 2018


Si ricorda che, dal 1.7.2018 entra in vigore il divieto di corrispondere le retribuzioni in contanti al lavoratore, a prescindere dalla tipologia del rapporto di lavoro instaurato, pena l’applicazione di una sanzione da € 1.000 a € 5.000 e la firma apposta dal lavoratore sulla busta paga non costituisce prova dell’avvenuto pagamento della retribuzione.

A decorrere dal 1.7.2018 la retribuzione va, pertanto, corrisposta utilizzando uno dei mezzi in cui si evince la tracciabilità del pagamento:

  • Bonifico;
  • Strumenti di pagamento elettronico;
  • Assegno consegnato direttamente al lavoratore.

Pochi giorni prima della data fissata per l’entrata in vigore delle nuove norme (1 luglio 2018), con il D.L. n. 79 del 2018, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 28 giugno 2018, l’obbligo di fatturazione elettronica per le cessioni di carburanti per autotrazione (effettuate presso gli impianti stradali di distribuzione) è stato prorogato al 1° gennaio 2019.

In conseguenza di quanto precede, fino al 31 dicembre (salvo ulteriori proroghe), i soggetti titolari di partita IVA che acquisteranno carburante per autotrazione, potranno optare per una delle seguenti alternative:

  • la fattura elettronica (sempre che il gestore sia in grado di emetterla);
  • la scheda carburanti (per detrarre l’IVA e dedurre la spesa, resta indispensabile l’utilizzo di mezzi di pagamento tracciabili);
  • il pagamento con strumenti tracciabili.

Con riferimento alla scheda carburanti, è necessario tenere presente che, poiché l’obbligo dei pagamenti tracciabili, ai fini della detraibilità dell’IVA/deducibilità del costo, non è stato rinviato, esso entrerà in vigore il prossimo 1 luglio 2018, pertanto, da detta data, non sarà più possibile effettuare pagamenti in contanti.

La terza opzione, appunto, è quella di servirsi solo dei pagamenti tracciabili (peraltro, come detto, obbligatori per la detraibilità/deducibilità) utilizzando quindi, i documenti (ricevute ed estratti conto bancari) attestanti dei pagamenti fatti con gli strumenti tracciabili (bancomat, carte di credito, etc.), senza necessità di compilare la scheda carburanti.

* * * * *

Si ritiene opportuno precisare che nessuna proroga è stata prevista per la fatturazione elettronica delle prestazioni rese da soggetti subappaltatori / subcontraenti della filiera delle imprese nel quadro di un contratto di appalto di lavori / servizi / forniture stipulato con una Pubblica amministrazione con indicazione del relativo codice CUP / CIG. Per filiera di imprese si intende “l’insieme dei soggetti … che intervengono a qualunque titolo nel ciclo di realizzazione del contratto, anche con noli e forniture di beni e prestazioni di servizi, ivi compresi quelli di natura intellettuale, qualunque sia l’importo dei relativi contratti o dei subcontratti”.

In caso di emissione della fattura con modalità diverse da quelle sopra descritte, la fattura si intende non emessa e sono applicabili le sanzioni di cui all’art. 6, D.Lgs. n. 471/97.

Maggio 2018


L’avv. Enrico Mormino, esperto di diritto del trasporto aereo, ha ottenuto un’importante sentenza presso la Corte d’Appello di Roma a favore del proprio cliente SACAL S.p.A. in relazione alla revocatoria Alitalia LAI.

Sono efficaci ed esenti da revocatoria i pagamenti effettuati dall’allora Alitalia LAI nel periodo dal 28 febbraio al 23 aprile 2008 nei confronti delle società di gestione aeroportuale in quanto integralmente rientranti nell’esercizio dell’attività di impresa e nei termini di uso, ai sensi dell’art. 67, comma 3°, lett. a) l.fall.. Restano comunque da verificarsi, caso per caso, i pagamenti effettuati da Alitalia LAI nel periodo dal 28 febbraio al 23 aprile 2008 sulla base del restrittivo principio enunciato dalla Corte di Appello di Roma sulla ricorrenza dei “termini d’uso” solo in assenza di un “regolamento contrattuale” e di una rigida applicazione della “scientia decoctionis” .

Salvi, infatti, tutti i pagamenti effettuati dall’allora Alitalia LAI nel periodo dal 24 aprile 2008 al 28 agosto 2008, ai sensi della legittima e razionale esenzione allora disposta dall’art. 1, comma 3°, del DL n. 80/2008.

Per scaricare il documento cliccare qui

Avv. Enrico Mormino

di Paolo Franzoni

 

L’Agenzia delle Entrate contesta quasi sistematicamente la deduzione delle perdite su crediti in tutti i casi in cui il debitore non sia stato assoggettato a procedura concorsuale. Ma come deve comportarsi il contribuente che non riesca ad incassare il credito e non ritenga opportuno, per evidenti ragioni di economicità, intraprendere azioni esecutive, appunto defatiganti e dispendiose? La CTR di Bologna, rigettando la tesi erariale, conferma che una valutazione di opportunità, purché ragionevole e documentata, può costituire il fondamento della deduzione. La CTR poi, accogliendo la tesi della difesa, coglie il valore interpretativo della novella della legge di stabilità 2014, la quale ha attribuito valore preminente ai principi contabili, così che anche la cessione pro-soluto del credito, in un contesto di trasparenza e ponderazione, può costituire idonea giustificazione della cancellazione del credito e della rilevazione di una perdita fiscalmente deducibile.

La fattispecie.

Accogliendo la richiesta della contribuente, la Commissione Tributaria Regionale di Bologna, sez. 1, sent. n. 1157/2018 22.03-20.04.2018, fa applicazione di alcuni principi che, ancorché evidenti nell’ottica del “buon padre di famiglia”, vengono pressoché sistematicamente disattesi dagli Uffici finanziari.

La fattispecie è quella di una società che, a fronte di un credito nei confronti di un dato debitore, a sua volta una società, effettua una serie di valutazioni in ordine alla recuperabilità delle somme in questione.

Rilevato l’ormai prolungato stato di liquidazione del debitore, fatta un’analisi degli ultimi bilanci, da cui era desumibile l’abbondante incapienza dell’attivo rispetto al passivo, effettuati gli ulteriori opportuni approfondimenti, accertata in definitiva la modestia, se non l’assoluta inesistenza, di concrete possibilità di recupero della somma, in tutto o in parte, il creditore si risolveva nel cedere il credito con la clausola “pro-soluto” ad un terzo per un corrispettivo molto ridotto rispetto al valore nominale del credito.

Per l’effetto, la contribuente contabilizzava nel bilancio 2010 e deduceva ai fini IRES una perdita su crediti.

Si riteneva un tale comportamento giustificato, innanzitutto, (i) in ragione della valutazione di inopportunità di qualsiasi azione giudiziale, che avrebbe finito per risolversi in un aggravio economico per il creditore, senza alcun risultato in concreto, e, (ii), in secondo luogo, in relazione all’ottenuta massimizzazione dell’incasso, dovendosi ragionevolmente pensare che la cessione pro-soluto avrebbe offerto un risultato migliore dell’iniziativa legale.

A conferma ex post della correttezza della scelta fatta, nel 2012 la società debitrice sarebbe stata cancellata dal registro delle imprese, senza alcun riparto a favore dei creditori. Elemento fattuale successivo e come tale certamente di per sé inidoneo a giustificare la deduzione fatta nel 2010, ma quanto meno supporto, ad abundantiam, di ragioni già autonomamente idonee.

I contenuti della lite.

L’Ufficio, contestava la deduzione, ritenendo carenti i requisiti di certezza e precisione della perdita previsti dall’art. 101, c. 5 Tuir.

Al riguardo, la difesa evidenziava che il requisito della certezza e della precisione coinvolge concetti giuridici a contenuto indeterminato, i cui parametri di individuazione non sono stabiliti a priori dal legislatore. Si tratta quindi di una ricerca che deve essere svolta volta per volta, nell’esame delle singole fattispecie, facendo riferimento a dati in concreto tali da consentire il superamento di una soglia valutativa da determinarsi secondo un criterio di ragionevolezza. In un tale contesto, non è quindi legittimo il richiamo a parametri unilateralmente prefissati, come avrebbe invece preteso la tesi avversa.

In altri termini, i requisiti della certezza e precisione non posso essere, arbitrariamente, limitati alla sola richiesta di accertamento dell’insolvenza del debitore o, comunque, all’esperimento di ogni possibile tentativo di recupero del credito, vincolando quindi il contribuente a comportamenti magari inidonei nel caso in concreto.

La questione non è peraltro sempre stata così posta dell’Amministrazione, la quale ha infatti avuto modo di chiarire in passato “che (…) l’inerenza, e quindi l’inevitabilità di un costo od onere, va riconosciuta per il solo fatto che tale costo od onere si pone in una scelta di convenienza per l’imprenditore, ovverosia quando il fine perseguito è pur sempre quello di pervenire al maggior risultato economico” (R.M del 6 settembre 1980 Protocollo 9/517).

E in tal senso, va detto, che “la prova certa e precisa della … irrecuperabilità” della perdita su crediti “può dirsi raggiunta” ogni qual volta “… il creditore si trovi nella condizione di non iniziare o proseguire le azioni esecutive perché il costo sarebbe superiore al beneficio ritraibile da tale azione, per cui la certezza e la precisione della perdita risiede nella antieconomicità stessa delle iniziative di recupero” (Circ. Assonime n.15/2013 punto 1.2.2), dovendo in tal senso mettersi in rilievo che “una corretta analisi della antieconomicità o meno dell’azione di recupero dovrebbe basarsi sul raffronto tra i costi di tale azione ed i correlativi benefici quantificando questi ultimi, in particolare, non già in misura pari al valore nominale del credito, ma nell’importo che presumibilmente potrebbe essere riscosso in esito ad azioni esecutive nei confronti dei debitori” (Circ. Assonime n. 18/2014 nota 58).

E, non esistendo limiti ai mezzi di prova da opporre all’Ufficio in merito all’impossibilità di riscuotere i crediti, era ed è, anche presuntivamente, legittimo reputare sufficiente l’analisi operata dagli amministratori sulla certa infruttuosità della debitrice, fondata sui dati di bilancio della medesima, da cui eventualmente trasparisca non solo la sua irreversibile difficoltà finanziaria, ma la sospensione di ogni attività d’impresa e l’assenza di beni aggredibili. Analisi rivelatasi nel caso di specie esatta, come confermato dall’incapacità di pagare il debito in occasione dell’estinzione della società debitrice.

In altre parole, l’imprenditore non è tenuto, e non può essere obbligato, a dissolvere fondi, a disperdere tempo ed energie nel tentativo, inutile, di recuperare un credito irrecuperabile, potendo optare, sussistendone le condizioni, per la svalutazione del credito, per la remissione del debito o, appunto, per la sua cessione, in ragione della miglior conseguenza possibile per la sua attività, con l’unico limite che l’operazione non si risolva in una indebita riduzione della base imponibile. Per questo l’art. 101, c. 5, chiede certezza e precisione.

 

L’ipotesi interpretativa qui esposta è stata poi confermata anche dal legislatore che, con la novella introdotta dalla L. 147/2013 (legge di stabilità 2014), ha stabilito che “ … gli elementi certi e precisi sussistono inoltre in caso di cancellazione dei crediti dal bilancio operata in applicazione dei principi contabili” e, dunque, in tutte le ipotesi previste dall’Oic 15 (Appendice C), fra cui è espressamente ricompresa la cessione pro soluto del credito, come del resto ora condiviso anche dall’Agenzia delle Entrate: “Si ritiene, infatti, che la presunzione di ricorrenza degli elementi certi e precisi in caso di cancellazione dei crediti dal bilancio, ai fini della deduzione della perdita su crediti, introdotta dalla legge di stabilità per il 2014, sussista nell’ipotesi sub a), ossia nel caso di cessione pro soluto dei crediti con trasferimento sostanziale di tutti i rischi di insolvenza in capo al cessionario” (Circ. 14/E/2014).

Le statuizioni giudiziali.

Confermando la sentenza 123/2017 del 07.02.2017 della CTP Modena, sez. 1, la CTR di Bologna ha accolto le ragioni della difesa sotto due profili, avendo in primo luogo apprezzato come “il contribuente abbia fornito elementi adeguati per ritenere sussistenti i presupposti di certezza e precisione per la valutazione di non recuperabilità del credito”.

Ma, ai fini divulgativi che qui interessano, soprattutto la CTR, nell’accogliere in toto la tesi della difesa, ha condiviso come legge di Stabilità 2014 abbia “modificato lo scenario di riferimento, introducendo una regola di deducibilità automatica nel caso di fuoriuscita del credito dal bilancio operata in applicazione dei principi contabili”.

Ha quindi osservato il Collegio che “prima di questa modifica normativa, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 70 del 2008, aveva affermato che, in caso di cessione di crediti pro soluto, spettasse al contribuente dimostrare l’economicità della cessione ai fini della deducibilità della perdita su crediti, avuto riguardo alla coerenza tra il prezzo di cessione e le concrete possibilità di recupero del credito. Anche la giurisprudenza di legittimità confermava tale impostazione con una serie conforme di decisioni tra le quali, per ultima Cass. Sez. 5, 24.07.2014 n. 16823”.

Ciò detto, la CTR ha proseguito chiarendo che “l’interpretazione circa la natura della norma introdotta dalla legge di Stabilità del 2014 proposta dalla CTP va condivisa poiché, trattandosi di norma di natura interpretativa, ricognitiva di principi già immanenti nell’ordinamento quanto alle perdite su crediti realizzate a seguito di cessione pro soluto, ne va riconosciuta l’applicazione anche per il passato.

La novella introdotta dalla legge di Stabilità 2014 deve essere, per quanto riguarda le perdite derivanti da cessione pro soluto di crediti, letta come una norma di interpretazione autentica. In sostanza il legislatore ha inteso porre fine al dibattito che si era sviluppato negli anni precedenti relativamente alla deducibilità delle perdite derivanti da cessioni pro soluto dei crediti, introducendo una norma di interpretazione autentica. Nella Relazione illustrativa al disegno di legge di Stabilità 2014 è stato precisato che la stessa, «al fine di migliorare la coerenza fra le regole fiscali e la disciplina di redazione del bilancio, a prescindere dai principi contabili adottati, . . . consente di estendere le ipotesi in cui si considerano soddisfatti i requisiti per la deducibilità delle perdite su crediti anche all’ipotesi di cancellazione dei crediti dal bilancio redatto secondo i principi contabili nazionali», così come era già previsto «per i soggetti Ias/Ifrs adopter>>, per i quali «la sussistenza degli elementi certi e precisi, necessari ai fini della deducibilità della perdita su crediti, deve considerarsi realizzata, tra l’altro, nell’ipotesi in cui è possibile effettuare la derecognition di un credito, tra cui rientrano anche i trasferimenti «giuridici>>. In base ai principi contabili nazionali, in caso di cessione pro soluto di un credito, è obbligatorio procedere alla cancellazione dei crediti dal bilancio”.

 

In conclusione, avendo già apprezzato autonome ragioni di deduzione della perdita nelle valutazioni di opportunità sopra illustrate, il Collegio ha tuttavia riconosciuto una ulteriore giustificazione nella cessione pro-soluto del credito che è di per sé sufficiente, se idonea alla cancellazione del credito in base ai corretti principio contabili. Argomento, quest’ultimo, per di più con effetto retroattivo, avendo la Corte ritenuto la novella caratterizzata da valore interpretativo.

Aprile 2018


di Paolo Franzoni

 

L’Agenzia delle Entrate, che abbia precedentemente emesso un avviso di accertamento, è solita iscrivere a ruolo tutte le somme pretese nei confronti di soggetti sottoposti ad una procedura concorsuale sul presupposto del pericolo per la riscossione, ovvero, in altri termini, del timore che la situazione di dissesto del debitore comprometta definitivamente le possibilità di incasso. Ma tale comportamento desta perplessità laddove sia intervenuta una sentenza di merito, ancorché non definitiva, che annulla o riduce la pretesa dell’Ufficio La Commissione Tributaria Provinciale di Modena, sez. 2, con la sentenza n. 169 del 6 marzo 2018, rilevando come in tali circostanze l’iscrizione a ruolo rischi di porsi in un rapporto di conflitto, difficilmente giustificabile, con la statuizione giudiziale, accoglie la tesi del contribuente e nega all’Ufficio tale facoltà. Il Collegio emiliano si sofferma poi, brevemente, su alcune interessanti questioni attinenti al rapporto tra procedura concorsuale e riscossione tributaria.

La fattispecie

Accogliendo la richiesta della contribuente, la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Modena, sez. 2, n. 169 del 6 marzo 2018 fa applicazione di alcuni principi che, ancorché perfino ovvi ad una lettura intuitiva, hanno tuttavia faticato ad emergere nella letteratura giudiziale e che vengono pressoché sistematicamente disattesi dagli Uffici finanziari.

Nello specifico, la fattispecie riguarda una società che, avviando una procedura concorsuale (nel caso di specie si trattava di un concordato preventivo), si trova a dovere esprimere nella proposta concorsuale la più opportuna considerazione di alcuni debiti tributari potenziali, relativi cioè a questioni non definitive, essendo stati in particolare impugnati dinnanzi agli organi di giustizia tributaria i numerosi atti accertativi su cui si fonda la pretesa. In queste circostanze, l’Ufficio normalmente iscrive a ruolo tutte le somme inizialmente pretese e non ancora poste in esazione, anche a prescindere dalle circostanze ricorrenti in concreto, in particolare ritenendo irrilevante l’esito dei giudizi medio tempore intercorsi, ancorché non definitivo, nonché gli eventuali contenuti della proposta concorsuale. Si tratta del c.d. ruolo “straordinario” che, proprio la denominazione, già qualifica come attinente a circostanze eccezionali riferibili al “fondato pericolo per la riscossione”. In buona sostanza, il timore di perdita della garanzia del credito erariale legittimerebbe l’Ufficio ad azioni di tutela, consistenti in questo caso nell’avvio del procedimento di riscossione di tutte le somme inizialmente pretese, ancorché provvisoriamente annullate dal Giudice, sul presupposto di un possibile diverso esito nei successivi gradi di giudizio. Secondo questa tesi, sarebbe proprio il deposito della domanda di ammissione alla procedura concorsuale a rendere evidente l’esistenza del rischio dell’irreparabile ed a costituire pertanto la ragione specificamente giustificante l’iscrizione a ruolo straordinario.

Tuttavia, la riscossione a ruolo ha cadenza fissate dalla legge, le quali che hanno tra l’altro anche il fine di graduare l’ammontare esigibile all’esito del giudizio. È infatti intuitivamente evidente che, nel caso in cui il Giudice naturale per legge dovesse ritenere illegittima la pretesa dell’Ufficio, quest’ultimo non potrà costringere il contribuente a corrispondere somme a quel punto ingiustamente pretese.

In definitiva, la sorte dei tributi accertati è provvisoriamente disciplinata dalla decisione giudiziaria, ancorché essa non sia ancora passata in giudicato, vigendo nell’ordinamento il principio secondo cui le sentenze, anche di primo grado, sono, di regola, immediatamente esecutive ex art. 282 cpc e, all’attualità, dagli artt. 67-bis, 68, cc. 2 e 3, e 69 D.Lgs. 546/1992 (così come riformato dal D.Lgs. 156/2015).
Posto che comunque non si può infatti negare che l’Ufficio possa, anzi debba, tutelare il credito erariale, quale esigenza prevale in queste circostanze, quella di cautela o quella di adeguamento alla decisione giudiziale?

La decisione della CTP di Modena

Il Giudice modenese ha seguito il solco della più recente giurisprudenza di Cassazione che, a sezioni unite, con la sentenza 758/2017, ha statuito che l’Atto impositivo, totalmente o parzialmente annullato da una sentenza, pur non in via definitiva, non può che perdere efficacia quale titolo idoneo a legittimare, in radice, l’inizio o la prosecuzione di una azione di riscossione provvisoria, ancorché avente natura cautelare. Tale ragionare valorizza il significato e la portata dei provvedimenti del giudice tributario, che vengono in toto equiparati agli analoghi atti emessi dal giudice ordinario o da quello amministrativo. Le Sezioni Unite hanno quindi espresso la conclusione che il ruolo straordinario non può “sopravvivere” all’accoglimento del ricorso, anche parziale, così che l’Ufficio deve sgravare il ruolo o, sempre in conformità al decisum, annullare conformemente la cartella emessa. L’autorevole interpretazione indica quindi che i responsi delle Commissioni tributarie si manifestano in definitiva come sostitutivi della dichiarazione del contribuente e dell’accertamento dell’Ufficio, con la conseguenza che quest’ultimo, rivelandosi annullato (ancorché non definitivamente), finisce con l’essere carente del presupposto che legittima qualsivoglia iniziativa di riscossione ed adozione di misura cautelare. E questa affermazione trova conforto nell’opinione di altrettanto autorevole dottrina, che ritiene connaturato al ruolo dell’Amministrazione l’obbligo di dare esecuzione alle sentenze del giudice tributario, trattandosi di un dovere di natura istituzionale (Cicala, Esecutività delle sentenze favorevoli al contribuente, in Fondazione Nazionale dei Commercialisti).

Ma il Giudice modenese coglie anche un altro aspetto, forse ancora più interessante, della questione, che può essere vista sotto il profilo del doveroso rispetto dei criteri della equità e della buona fede, a cui è tenuto anche il soggetto pubblico, anche in applicazione del principio generale del “neminem laedere”. In altri termini, se l’Ufficio non deve ledere inutilmente il contribuente, allora dovrà fare le scelte operative che, pur tutelanti per il credito erariale, risultino meno dannose per questi.

La questione riguarda le conseguenze dell’iscrizione a ruolo, in primo luogo la pretesa per significativi compensi della riscossione (allora il 3% delle somme poste in riscossione nel caso di pagamento entro 60 giorni, 6% oltre tale termine). Una pretesa, quindi, che intanto appare spropositata rispetto alle funzioni svolte in tali circostanze dall’Agente della Riscossione, il quale si trova ad essere impedito nelle sue funzioni principali dalla disciplina della legge fallimentare e delle altre norme in materia di procedure concorsuali, in primis gli artt. da 160 a 186 bis del Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267. Laddove la società si trovi, come nel caso di specie, in concordato preventivo o in altra procedura a tali fini simile, ebbene non potrà che effettuare i pagamenti secondo l’ordine e con le tempistiche previsti per tale contesto. Non c’è quindi spazio per una vera e propria attività di riscossione, da cui, nella sostanza, l’Agente è escluso per legge, essendo le funzioni di ordinazione dei pagamenti svolte da altri soggetti (Cass. n. 6646/13).

A maggior ragione è illegittima la pretesa di incremento dei compensi per la riscossione (dal 3% al 6%), dove l’aggravio sarebbe, a questo punto, l’effetto automatico ed inevitabile della disciplina della procedura concorsuale prevista dalla legge. Un tale esito sarebbe infatti un vero e proprio cortocircuito interpretativo dove il soggetto che accede ad una procedura concorsuale dovrebbe, inesorabilmente, sopportare maggiori oneri di riscossione.

Pertanto, tenuto conto di tali conseguenze negative per il contribuente, l’Ufficio ha il dovere di valutare la disponibilità di altri strumenti per tutelare il credito erariale?

Ebbene, la legge non impedisce all’Ufficio di intervenire direttamente presso la procedura concorsuale per fare valere il proprio credito il quale, del resto, già emerge per intero dagli avvisi di accertamento e, per l’effetto, è già noto al contribuente ed alla procedura concorsuale (Cass sent. 6646/2013; SS.UU. 4126/2012; 24963/2010; SS.UU. 5165/2009).

La questione, peraltro, è ormai pacificamente accettata nella più comune prassi fallimentare.

Si faccia ad esempio riferimento alle linee guida del Tribunale di Roma (http://www.tribunale.roma.it/documentazione/D_8876.pdf), che chiariscono che “l’Amministrazione finanziaria può proporre domanda di ammissione al passivo anche senza avvalersi dell’agente per la riscossione, ma operando direttamente, anche senza la previa iscrizione a ruolo. La Corte di Cassazione ha, infatti, precisato che la domanda di ammissione al passivo di un fallimento avente ad oggetto un credito di natura tributaria, presentata dall’Amministrazione finanziaria, non presuppone necessariamente, ai fini del buon esito della stessa, la precedente iscrizione a ruolo del credito azionato, né la notifica della cartella di pagamento e l’allegazione all’istanza della documentazione comprovante l’avvenuto espletamento delle suddette incombenze, potendo viceversa essere basata anche su titoli di diverso tenore quali, ad esempio, titoli erariali, fogli prenotati a ruolo, sentenze tributarie di rigetto dei ricorsi del contribuente, ecc. (Cass. sez. unite 4126/12), avvisi di accertamento (anche 6646/2013, su Ius Explorer.it)”.

Del resto, anche in dottrina la questione appare indubitabile: “non vi è perfetta equipollenza tra la presentazione dell’istanza a cura dell’Agenzia delle Entrate ovvero dell’Agente. Innanzitutto, perché nel primo caso non è dovuto l’aggio” (Carinci, L’ammissione al passivo dei crediti tributari, in Paparella (a cura di), Il diritto tributario delle procedure concorsuali e delle imprese in crisi, 2013, p. 562).

Non è quindi sfuggito questo aspetto della vicenda al Giudice modenese che, appunto ricorda per inciso che resta “ferma la considerazione che l’emissione del ruolo straordinario e delle cartelle non sono necessari né per fare valore la pretesa nella procedura concordataria, se sussiste, come nella fattispecie, altro titolo, né ai fini della cautela, stante l’apertura di una procedura vigilata”.

In conclusione, l’Ufficio dispone di mezzi diversi dall’iscrizione a ruolo, meno invasivi, a cui deve necessariamente fare alternativo ricorso per la giusta tutela del credito erariale per non ledere inutilmente in contribuente che ha certo tanti doveri, ma anche qualche diritto.

Marzo 2018


Il comma 920 della L. n. 205/2017, ha modificato l’articolo 22, terzo comma, del DPR n. 633/1972 prevedendo che, a decorrere dal 1° luglio 2018 , le spese per carburante per autotrazione saranno deducibili dal reddito e l’IVA sarà detraibile solo se gli acquisti saranno effettuati esclusivamente mediante carte di credito, carte di debito o carte prepagate emesse da operatori finanziari. Con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate potranno essere individuati altri mezzi idonei oltre agli strumenti di pagamento sopra evidenziati.

In alternativa, il soggetto titolare di partita IVA potrà richiedere la fattura che, tuttavia, potrà essere solo in formato elettronico il cui obbligo è stato esteso nel caso di prestazioni rese nell’ambito della Pubblica amministrazione.

Per quanto precede, a decorrere dal 1° luglio 2018, la fattura sarà obbligatoria in formato elettronico:

  • per le cessioni di benzina o di gasolio destinati a essere utilizzati come carburanti per motori;
  • le cessioni di carburanti per autotrazione effettuati dai distributori stradali nei confronti di soggetti titolari di partita IVA (è abrogata la scheda carburante);
  • prestazioni rese da soggetti subappaltatori e subcontraenti della filiera delle imprese nel quadro di un contratto di appalto di lavori, servizi o forniture stipulato con una Pubblica Amministrazione con indicazione del relativo codice CUP/CIG. Per filiera di imprese si intende “l’insieme dei soggetti … che intervengono a qualunque titolo nel ciclo di realizzazione del contratto, anche con noli e forniture di beni e prestazioni di servizi, ivi compresi quelli di natura intellettuale, qualunque sia l’importo dei relativi contratti o dei subcontratti”.

In caso di emissione della fattura con modalità diverse da quelle sopra descritte, la fattura si intende non emessa e sono applicabili le sanzioni di cui all’articolo 6, D.Lgs. n. 471/97.

E’ prevista l’esclusione dall’obbligo di certificazione per le cessioni di carburanti e lubrificanti per autotrazione ai soli acquisti al di fuori dell’esercizio di impresa, arte e professione, tuttavia la deducibilità e la detraibilità ai fini IVA delle spese per carburante è limitata ai soli pagamenti tracciabili e viene abolita la scheda carburante.

Dal 1° gennaio 2018 viene concesso un credito d’imposta a tutte quelle imprese che effettuano spese di attività di formazione. Il credito d’imposta è del 40% da calcolare sulle spese relative al solo costo aziendale sostenuto per le spese del personale nel periodo in cui lo stesso è occupato in attività di formazione finalizzata ad acquisire o consolidare conoscenze riferite alle tecnologie previste dal Piano nazionale Industria 4.0. Il credito d’imposta in esame è riconosciuto fino a un massimo annuo di 300.000 euro per ciascun beneficiario.

Credito d’imposta per Formazione 4.0: tematiche formative ammissibili

Gli ambiti delle attività di formazione (oltre 100) che possono rientrare nel credito d’imposta sono individuate nell’allegato A alla Legge di Bilancio. Tali ambiti sono raggruppabili in tre macro categorie:

  • Marketing & Vendite;
  • Information and Communications Technology;
  • Tecniche e tecnologie di produzione.

Sono ammissibili al credito d’imposta solo le attività di formazione svolte per acquisire o consolidare le conoscenze delle tecnologie previste dal Piano nazionale Industria 4.0: big data, analisi dei dati, cloud, fog computing, cyber security, sistemi cyber-fisici, prototipazione rapida, sistemi di visualizzazione e realtà aumentata, robotica avanzata e collaborativa, interfaccia uomo macchina, manifattura additiva, internet delle cose e delle macchine, integrazione digitale dei processi aziendali.

Non si considerano attività di formazione ammissibili la formazione ordinaria o periodica organizzata dall’impresa per conformarsi alla normativa vigente in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, di protezione dell’ambiente e a ogni altra normativa obbligatoria in materia di formazione.

Dal 1° gennaio 2018 viene concesso un credito d’imposta a tutte quelle imprese che effettuano spese di attività di formazione. Il credito d’imposta è del 40% da calcolare sulle spese relative al solo costo aziendale sostenuto per le spese del personale nel periodo in cui lo stesso è occupato in attività di formazione finalizzata ad acquisire o consolidare conoscenze riferite alle tecnologie previste dal Piano nazionale Industria 4.0. Il credito d’imposta in esame è riconosciuto fino a un massimo annuo di 300.000 euro per ciascun beneficiario.

Credito d’imposta per Formazione 4.0: tematiche formative ammissibili

Gli ambiti delle attività di formazione (oltre 100) che possono rientrare nel credito d’imposta sono individuate nell’allegato A alla Legge di Bilancio. Tali ambiti sono raggruppabili in tre macro categorie:

  • Marketing & Vendite;
  • Information and Communications Technology;
  • Tecniche e tecnologie di produzione.

Sono ammissibili al credito d’imposta solo le attività di formazione svolte per acquisire o consolidare le conoscenze delle tecnologie previste dal Piano nazionale Industria 4.0: big data, analisi dei dati, cloud, fog computing, cyber security, sistemi cyber-fisici, prototipazione rapida, sistemi di visualizzazione e realtà aumentata, robotica avanzata e collaborativa, interfaccia uomo macchina, manifattura additiva, internet delle cose e delle macchine, integrazione digitale dei processi aziendali.

Non si considerano attività di formazione ammissibili la formazione ordinaria o periodica organizzata dall’impresa per conformarsi alla normativa vigente in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, di protezione dell’ambiente e a ogni altra normativa obbligatoria in materia di formazione.

Gennaio 2018


CAPITAL GAIN

Le plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni sia qualificate che non qualificate (in precedenza solo non qualificate) sono soggette a imposta sostitutiva del 26%.

Viene inoltre eliminata la previsione che richiedeva la separata indicazione in dichiarazione dei redditi delle plusvalenze / minusvalenze derivanti da partecipazioni qualificate / non qualificate. Le plusvalenze derivanti da partecipazioni sia qualificate che non qualificate sono “sommate” alle relative minusvalenze. Di conseguenza è possibile compensare le plusvalenze / minusvalenze derivanti da partecipazioni qualificate con quelle da partecipazioni non qualificate.

 

DIVIDENDI E UTILI ASSOCIATI IN PARTECIPAZIONE

Ai dividendi collegati a partecipazioni qualificate (e non qualificate) è applicabile la ritenuta del 26% da parte del soggetto IRES erogatore degli stessi. La ritenuta è altresì applicabile agli utili derivanti da contratti di associazione in partecipazione indipendentemente dal valore dell’apporto, ossia sia a contratti “non qualificati” che “qualificati”.

Alle remunerazioni corrisposte a persone fisiche residenti relative a contratti di associazione in partecipazione in cui l’associante è non residente, è operata una ritenuta del 26% nel caso in cui gli stessi siano “qualificati” / “non qualificati” (in precedenza solamente non qualificati). In presenza di un associante in contabilità semplificata, gli utili concorrono a formare il reddito dell’associato nella misura del 58,14% nel caso in cui l’apporto è superiore al 25% della somma delle rimanenze finali di cui agli articoli 92 e 93 del TUIR e del costo residuo dei beni ammortizzabili.

Le nuove disposizioni sopra esaminate sono applicabili ai redditi di capitale percepiti a partire dall’1 gennaio 2018 e ai redditi diversi realizzati a decorrere dall’1 gennaio 2019 .

Alle distribuzioni di utili derivanti da partecipazioni qualificate in società / enti soggetti IRES formatesi con utili prodotti fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2017, deliberate dal 2018 al 2022, sono applicabili le regole di cui al Decreto Ministeriale del 26 maggio 2017, ossia la parziale tassazione degli stessi in base alle percentuali fissate dal Decreto.

La Legge di Bilancio 2018 ha riproposto la possibilità di rideterminazione del costo di acquisto dei terreni edificabili e con destinazione agricola e delle partecipazioni non negoziate in mercati regolamentati posseduti da persone fisiche e società semplici alla data dell’1 gennaio 2018.

La redazione e il giuramento della perizia devono essere effettuati entro la data del 30 giugno 2018. Sui valori di acquisto delle partecipazioni non negoziate in mercati regolamentati e dei terreni, edificabili o con destinazione agricola, rideterminati con le modalità e nei termini indicati nel comma 2 dell’articolo 2 del Decreto-legge 282/2002, le aliquote delle imposte sostitutive di cui all’articolo 5 comma 2 della Legge 448/2001 sono entrambe pari all’8%.

Le imposte sostitutive possono essere rateizzate fino a un massimo di tre rate annuali di pari importo, a decorrere dalla data del 30 giugno 2018: sull’importo delle rate successive alla prima sono dovuti gli interessi nella misura del 3% annuo, da versarsi contestualmente.

SUPER AMMORTAMENTO

La Legge di Bilancio 2018 ha prorogato la possibilità, a favore delle imprese / lavoratori autonomi che effettuano investimenti in beni strumentali nuovi dall’1 gennaio al 31 dicembre 2018 (30 giugno 2019 a condizione che entro il 31 dicembre 2018 sia accettato il relativo ordine e pagati acconti in misura almeno pari al 20% del costo di acquisizione), di incrementare il relativo costo del 30% (fino al 2017 era pari al 40%).

 

IPER AMMORTAMENTO

È stata inoltre prorogata la possibilità, a favore delle imprese che effettuano investimenti in beni nuovi finalizzati a favorire processi di trasformazione tecnologica / digitale, ricompresi nella Tabella A, Finanziaria 2017, entro il 31 dicembre 2018 (31 dicembre 2019 a condizione che entro il 31 dicembre 2018 sia accettato il relativo ordine e siano pagati acconti in misura almeno pari al 20% del costo di acquisizione), di incrementare il costo del 150%.

Per i soggetti che effettuano nel suddetto periodo investimenti in beni immateriali strumentali di cui alla Tabella B, Finanziaria 2017, il costo è aumentato del 40%.

In sede di approvazione è stata ampliata la gamma dei beni immateriali agevolabili di cui alla citata Tabella B con l’aggiunta delle seguenti voci:

  • sistemi di gestione della supply chain finalizzata al drop shipping nell’e-commerce;
  • software e servizi digitali per la fruizione immersiva, interattiva e partecipativa, ricostruzioni 3D, realtà aumentata;
  • software, piattaforme e applicazioni per la gestione e il coordinamento della logistica con elevate caratteristiche di integrazione delle attività di servizio (comunicazione intra-fabbrica, fabbrica-campo con integrazione telematica dei dispositivi on-field e dei dispositivi mobili, rilevazione telematica di prestazioni e guasti dei dispositivi on-field).

Il soggetto interessato deve produrre una dichiarazione del legale rappresentante ovvero, per i beni di costo superiore a 500.000 euro una perizia tecnica giurata rilasciata da un ingegnere, un perito industriale o un ente di certificazione accreditato, attestante che il bene:

  • possiede le caratteristiche tecniche tali da includerlo nell’elenco di cui alle Tabelle A / B;
  • è interconnesso al sistema aziendale di gestione della produzione o alla rete di fornitura.

Per i soggetti che beneficiano dell’iper ammortamento (anche relativamente al 2017) in caso di dismissione del bene agevolato nel periodo di fruizione della maggiorazione in esame non si verifica la perdita delle residue quote del beneficio a condizione che, nello stesso periodo di realizzo, l’impresa:

  • sostituisca il bene originario con un bene strumentale nuovo con caratteristiche tecnologiche / analoghe o superiori a quelle previste dalla citata Tabella A;
  • attesti l’effettuazione dell’investimento sostitutivo, le caratteristiche del nuovo bene e il requisito dell’interconnessione.

Dicembre 2017


Il decreto attuativo della IV direttiva antiriciclaggio – in vigore dal 4 luglio 2017 – prevede alcune novità sia con riferimento ai soggetti destinatari della normativa, sia con riferimento agli obblighi ai quali i medesimi soggetti devono adempiere. In particolare:

  • i legali rappresentanti delle società devono effettuare le verifiche sui titolari effettivi delle partecipazioni e, nei prossimi mesi, saranno tenuti a comunicare tale informazione al Registro delle Imprese (in un’apposita sezione);
  • non è più necessaria la presenza diretta del soggetto/cliente per effettuare le procedure di identificazione e verifica;
  • nei soli casi in cui si proceda con l’analisi della posizione giuridica del cliente o si espletino compiti di difesa o di rappresentanza del cliente in un procedimento innanzi a un’autorità giudiziaria o in relazione a tale procedimento (inclusa la consulenza sull’eventualità di intentarlo o evitarlo), fino al momento del conferimento dell’incarico i professionisti non sono obbligati a verificare l’identità del cliente e del titolare effettivo;
  • non è più previsto l’obbligo di tenuta dell’archivio unico.

Inoltre, il decreto modifica in parte quanto già previsto sui criteri di individuazione del titolare effettivo, e definisce nuovi obblighi a carico dei vari soggetti a favore dei quali viene eseguita l’operazione; in particolare per quanto concerne le società di capitali:

  • la proprietà diretta viene indicata dalla titolarità di una partecipazione superiore al 25% del capitale del cliente, detenuta da una persona fisica;
  • la proprietà indiretta è indicata dalla titolarità di partecipazioni superiore al 25% del capitale del cliente (posseduto per mezzo di società controllate ovvero società fiduciarie oppure tramite interposta persona).

Se dall’analisi dell’assetto proprietario non è possibile individuare univocamente la persona fisica ovvero le persone fisiche a cui è attribuibile la proprietà diretta/indiretta, allora bisogna far riferimento alla persona (ovvero persone) che ha il controllo:

  • in quanto possiede la maggioranza dei voti che possono essere esercitati in assemblea ordinaria;
  • poiché è in possesso di un numero di voti sufficienti a esercitare un’influenza dominante all’interno dell’assemblea ordinaria;
  • in virtù della presenza di determinati vincoli contrattuali che le permettono di esercitare un’influenza dominante in assemblea.

La sanzione prevista per l’omessa comunicazione del titolare effettivo va da 103 a 1.032 euro. Se la comunicazione viene effettuata entro 30 giorni la sanzione è ridotta a un terzo.

I soggetti dotati di personalità giuridica devono acquisire le informazioni sulla titolarità effettiva tramite i propri amministratori, sulla base di quanto risulta da scritture contabili, bilanci, libro soci, da comunicazioni relative all’assetto proprietario o al controllo dell’ente cui l’impresa è tenuta ovvero da comunicazioni ricevute dai soci e da ogni altro dato a loro disposizione.

A seguito delle modifiche recate dal D.M. 26 maggio 2017, viene introdotto un nuovo livello di complessità per la tassazione degli utili derivanti da partecipazioni qualificate, percepiti da soggetti residenti, ai sensi dell’articolo 47, comma 1, TUIR. Detti utili infatti concorrono alla formazione del reddito complessivo in maniera diversa a seconda degli anni di formazione. In particolare, gli utili distribuiti ai soci concorrono alla formazione del reddito dei percettori limitatamente:

  • al 40% del loro ammontare, con riferimento ai dividendi relativi a utili prodotti fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2007;
  • al 49,72% del loro ammontare, con riferimento ai dividendi relativi a utili prodotti a decorrere dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007 e fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2016;
  • al 58,14% del loro ammontare, con riferimento ai dividendi relativi a utili prodotti a decorrere dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016.

Peraltro occorre precisare che, a favore del contribuente, esiste una presunzione dettata dal D.M. 2 aprile 2008 e integrata dal D.M. 26 maggio 2017, in forza della quale i dividendi distribuiti si presumono prioritariamente formati:

  • dapprima, con utili prodotti dalla società partecipata fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2007, rilevando nella misura del 40%;
  • poi, con utili prodotti dalla società partecipata fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2016, rilevando nella misura del 49,72%;
  • solo infine, con utili prodotti dalla società partecipata dall’esercizio in corso al 31 dicembre 2017, rilevando nella nuova misura del 58,14%.

Quando, invece, le riserve di utili sono destinate alla copertura di perdite, si considerano prioritariamente utilizzate:

  • dapprima, quelle formate a decorrere dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016 che, in caso di distribuzione, sconterebbero in capo al socio la percentuale maggiorata del 58,14%;
  • poi, quelle formate a decorrere dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007 che, in caso di distribuzione, sconterebbero in capo al socio il computo intermedio del 49,72%.

Fissate le nuove percentuali di partecipazione al reddito imponibile degli utili e delle plusvalenze derivanti da partecipazioni, strumenti finanziari equiparati e contratti di associazione e cointeressenza con apporto diverso dalle opere e servizi, conseguiti da soggetti diversi dalle società di capitali ed enti commerciali residenti in Italia e da stabili organizzazioni di enti non residenti (D.M. Economia 26 maggio 2017).

La rideterminazione delle percentuali si è resa necessaria a seguito della riduzione dell’aliquota Ires dal 27,5% al 24% a decorrere dal 1° gennaio 2017, con effetto per i periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2016.

La percentuale è calcolata in modo tale che la somma dell’Ires pagata dalla società e dell’Irpef pagata dal socio sia pari al 43% del reddito della società al lordo dell’Ires.

Questo, però, comporta un incremento del prelievo Irpef sul socio.

Per i dividendi e proventi assimilati, le nuove percentuali si applicano a quelli formati con utili prodotti a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016 da parte della società che distribuisce il dividendo. In particolare concorrono alla formazione del reddito complessivo nella misura del 58,14%:

  • Gli utili e proventi derivanti da partecipazioni “qualificate” , strumenti finanziari e contratti di associazione in partecipazione assimilati detenuti da persone fisiche non nell’esercizio di impresa;
  • resta ferma l’imposta sostitutiva del 26% sull’utile lordo per le partecipazioni non qualificate.

Per le plusvalenze e minusvalenze le nuove aliquote si applicano, invece, a quelle realizzate a partire dal 1° gennaio 2018; in caso di percezione dilazionata di corrispettivi derivanti da cessioni fatte prima di tale data, continua ad applicarsi la vecchia percentuale. In questo caso si è data rilevanza al momento del realizzo e non a quello della percezione del reddito, come normalmente accade quando cambia il regime fiscale dei redditi diversi di natura finanziaria. Per le plusvalenze realizzate al di fuori dell’esercizio d’impresa, la nuova quota di imponibilità è la stessa applicata agli utili (58,14%).

Per quelle realizzate da società di persone ovvero da società di capitali con i requisiti per l’applicazione del regime di trasparenza è prevista una percentuale di esenzione del 41,86% (corrispondente all’imponibilità del 58,14%).

La legge delega di riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza abbassa le soglie previste per la nomina obbligatoria dell’organo di controllo o del revisore nelle società a responsabilità limitata. La legge delega anche per meglio regolare la fattispecie della mancata nomina, prevedendo che tra i legittimati a segnalare al Tribunale l’omissione rientri anche il conservatore del Registro dell’imprese, e la cessazione dell’obbligo di nomina quando per tre esercizi non siano superati i limiti dimensionali.

Le Srl saranno obbligate a nominare l’organo di controllo o un revisore, quando, per due esercizi consecutivi, il totale dell’attivo dello stato patrimoniale o i ricavi delle vendite o delle prestazioni sia superiore a 2 milioni di euro (la soglia attuale è di 4,4 milioni per l’attivo e di 8,8 milioni per i ricavi) o in presenza di dipendenti occupati in media durante l’esercizio pari a 10 unità (attualmente la richiesta è che siano almeno 50 unità).

Ulteriore novità contenuta nella delega è che sarà sufficiente il superamento anche di uno solo dei limiti per due esercizi consecutivi previsti dall’articolo 2477, comma 1, lettera c) del Codice Civile, mentre la norma attuale prevede il superamento di due elementi per due esercizi consecutivi.

Gli ulteriori casi in cui oggi la società è tenuta alla nomina dell’organo di controllo o di un revisore (redazione del bilancio consolidato, controlla una società obbligata alla revisione legale dei conti, emittente di titoli di debito o controllata da una quotata), potrebbero essere ampliati.

La legge delega invita poi il Governo a prevedere che, se la Srl, in tutti i casi in cui è obbligata per legge, non nomina l’organo di controllo o il revisore entro il termine di cui all’art. 2477, comma 5 del Codice Civile (assemblea che approva il bilancio in cui vengono superati i limiti sopra indicati deve provvedere, entro 30 giorni, alla nomina dell’organo di controllo o del revisore), il Tribunale provvede alla nomina, oltre che su richiesta di ogni interessato, anche su segnalazione del conservatore del Registro delle Imprese.

In ogni caso si precisa che, per conoscere l’esatto contenuto delle nuove norme, è necessario attendere la definitiva approvazione, da parte del Governo, del decreto legislativo.

La Commissione Tributaria Provinciale di Vibo Valentia accoglie la tesi della difesa presentata da Elexia

 

Abstract: Nell’esaminare la fattispecie relativa a una società tedesca a cui l’Agenzia delle Entrate aveva contestato, con strumenti presuntivi, l’esistenza di una stabile organizzazione in Italia attribuendo alla medesima somme imponibili non costituite – come vorrebbe la corretta interpretazione dell’ordinamento – da redditi correttamente determinati, ma da sommarie e apodittiche valutazioni di asseriti componenti positivi di reddito, la Commissione Tributaria Provinciale di Vibo Valentia ha rigettato la tesi erariale e accolto quella della difesa, alla quale ha attivamente partecipato Elexia.

In particolare, la Commissione ha escluso che nella fattispecie potesse ravvisarsi “la presenza di una struttura dotata di risorse materiali e umane”, presupposto invece essenziale della nozione di stabile organizzazione nella sua accezione materiale.

Si tratta, quindi, di uno dei non molto frequenti precedenti giurisprudenziali sulla nozione di predetto istituto della stabile organizzazione, già rientrante nella esperienza di Elexia in ragione della difesa in due ulteriori casi giurisdizionali e di una approfondita disamina dell’argomento, pubblicata da Egea.

 

Com’è noto, secondo una impostazione generalmente condivisa da tutti i Paesi aderenti all’OCSE e anche da buona parte dei Paesi non aderenti alla organizzazione parigina, la nozione di stabile organizzazione ha la funzione di legittimare lo Stato che la ospita (c.d. Paese della fonte del reddito) ad applicare le proprie imposte sui redditi prodotti dalla medesima.

In assenza di stabile organizzazione sul proprio territorio, lo Stato della fonte non ha alcuna legittimazione a pretendere l’imposizione sul soggetto non residente, essendo viceversa la potestà impositiva riservata al Paese in cui tale soggetto è residente (c.d. Paese della residenza).

Tali concetti sono ormai pacifico portato del Modello di Convenzione contro le Doppie Imposizioni sul Reddito redatta dall’OCSE (c.d. Modello OCSE).

Il Modello OCSE costituisce uno degli esempi più noti di “soft law” internazionale ma, proprio in quanto “soft law”, non alcuna efficacia diretta nei singoli ordinamenti nazionali.

Il successo del Modello di Convenzione OCSE è tuttavia stato tale che i suoi contenuti sono stati recepiti, in tutto o in parte, in una miriade di Trattati contro la Doppia Imposizione, in sostanza trattati bilaterali tra Stati che, a mezzo dei medesimi, si vincolano reciprocamente a una data regola di condotta, i quali, una volta adottati dai singoli ordinamenti dei Paesi interessati, costituiscono veri e propri atti aventi valore di legge.

Conformemente a quanto sopra accennato, l’art. 7 del Modello OCSE stabilisce che un’impresa di un certo Paese (per esempio la Germania) è tassabile in un altro Paese (l’Italia) solo se ivi dispone di una stabile organizzazione. La Convenzione con la Germania è sul punto conforme.

Secondo il Modello OCSE, la nozione di stabile organizzazione non è lasciata a definizioni estemporanee, ma corrisponde a un preciso paradigma, indicato dall’art. 5 del medesimo. Specularmente, analoghe se non identiche definizioni si ritrovano nei Trattati bilaterali a esso conformi, tra cui quello tra Italia e Germania.

In definitiva, il Modello OCSE, attraverso il principio dell’art. 7 e la definizione di stabile organizzazione fissata dall’art. 5, persegue l’obiettivo di ripartire la potestà impositiva tra due Paesi (nel nostro caso, Italia e Germania), con lo scopo ultimo di evitare la doppia imposizione del medesimo reddito.

Ai fini IVA, invece, la finalità della medesima nozione (ancorché talora indicata con la denominazione di centro di attività stabile) è quella di stabilire dove debba essere tassata l’integralità della prestazione (C-210/04, del 23 marzo 2006, causa FCE Bank, punto 39; C. Cass. n. 7689/2002), così che la corrispondenza nominalistica tra i due concetti nasconde in realtà notevoli insidie interpretative.

Il concetto di stabile organizzazione, ai fini Iva, si manifesta quindi attraverso l’identificazione di (i) un grado di sufficiente permanenza, (ii) una organizzazione materiale e (iii) un fattore umano, tale da assumere piena autonomia rispetto alla c.d. “casa madre”, ossia la sede principale dell’impresa (Cass. n. 10925/2002).

Il Regolamento 282/2011/UE13, esprime tali concetti attraverso l’art. 11, così che può definirsi stabile “qualsiasi organizzazione, diversa dalla sede dell’attività economica di cui all’articolo 10 del presente regolamento, caratterizzata da un grado sufficiente di permanenza e una struttura idonea in termini di mezzi umani e tecnici atti a consentirle di ricevere e di utilizzare i servizi che le sono forniti per le esigenze proprie di detta organizzazione”, senza che possa incidere il “(…) fatto di disporre di un numero di identificazione IVA” che “(…) non è di per sé sufficiente per ritenere che un soggetto passivo abbia una stabile organizzazione”.

Si tratta pertanto, come si può agevolmente comprendere, di una nozione che si presta a molteplici sfumature e distinguo, così che nella pratica la medesima è spesso fonte di contrasti tra contribuente e Amministrazione Finanziaria.

Per l’effetto, l’atteggiamento delle Autorità Fiscali in tale materia è talora quello di ricorrere a nozioni di stabile organizzazione non conformi al contenuto dei Trattati, magari adattate alle circostanze del caso per una maggiore “persuasività” della tesi erariale, sovente richiamando istituti tipici del solo diritto interno, quando invece la nozione in oggetto è tipicamente di fonte internazionalistica e richiede quindi una interpretazione autonoma.

Elexia ha difeso, unitamente ai colleghi Avv.to Salvatore Taverna, del Foro di Roma, e Dott. Dott. Josef Vieider, Dottore Commercialista dell’Ordine di Bolzano, una società tedesca a cui era stata imputata l’esistenza di una stabile organizzazione in Italia.

La Commissione Tributaria Provinciale di Vibo Valentia, richiamandosi all’art. 5 del Modello OCSE, con le sentenze nn. 1410/2017 e 1411/2017 del 15.09.2017, ha rigettato la tesi erariale e accolto la tesi della difesa.

In particolare, la Commissione ha avuto modo di precisare che “la nozione di stabile organizzazione di una società straniera in Italia va desunta, come costantemente affermato dalla Suprema Corte (ex multis, Cass. n.17206 del 2006 e n.3889 del 2008; Cass. n.9166 del 2011), all’art.5 del modello di convenzione OCSE contro la doppia imposizione e dal suo commentario, integrata con i requisiti prescritti dall’art.9 della sesta direttiva CEE n.77/388 del Consiglio del 17 maggio 1977 per l’individuazione di un centro di attività stabile, il quale, così come definito dalla giurisprudenza comunitaria, consiste in una struttura dotata di risorse materiali e umane, e può essere costituito anche da un’entità dotata di personalità giuridica, alla quale la società straniera abbia affidato anche di fatto la cura di affari (con l’esclusione delle attività di carattere meramente preparatorio o ausiliario, quali la prestazione di consulenze o la fornitura di “know how”)”.

Aggiungendo poi che “a prova dello svolgimento di tale attività da parte del soggetto nazionale può essere ricavata, oltre che dagli elementi indicati dall’art.5 del modello di convenzione OCSE, anche da elementi indiziari, quali l’identità delle persone fisiche che agiscono per l’impresa straniera e per quella nazionale, ovvero la partecipazione a trattative o alla stipulazione di contratti, indipendentemente dal conferimento di poteri di rappresentanza”, la Commissione ha escluso, nella fattispecie al Suo esame, che si potesse riscontrare “proprio la presenza di una struttura dotata di risorse materiali e umane a prescindere da elementi formali quali il domicilio fiscale e la sede amministrativa in Italia”.

In particolare, emergeva che la società tedesca aveva in Italia un solo dipendente, così che risultava difficile immaginare un’attività che andasse, rispetto a quella svolta dalla società nel suo insieme, oltre quella preparatoria e ausiliaria, tipologia di impegno che, notoriamente, è esclusa dalla nozione di stabile organizzazione.

La Commissione, avendo accolto il principale motivo di ricorso, non ha avuto modo di esaminare quello formulato in subordine, in relazione alle modalità di determinazione del reddito dell’asserita stabile organizzazione. Più precisamente, ciò che è consentito tassare allo Stato della fonte è soltanto il reddito proprio della stabile organizzazione, senza alcuna escursione sui redditi riferibili alla “casa madre (art. 7, Modello OCSE).

In nessun caso, pertanto, lo Stato della fonte può pretendere di tassare dei ricavi, adducendo ragioni di diritto interno per negare vuoi l’esistenza, vuoi la deducibilità dei costi.

Senza poi volere ulteriormente aggiungere che l’ipotesi di inesistenza di costi è già di per sé una negazione dell’esistenza della stabile organizzazione, mancando per l’effetto gli indici di materialità e stabilità che costituiscono il nocciolo essenziale della nozione di stabile organizzazione (CTP Verona, sent. 23/09/05 del 28.04.2005; Trib.Pen.Verona, sent. 869/05 del 10.05.2005; CTP Verona, sent. 78/4/05 del 17.06.2005).

Dott. Avv. Paolo Franzoni

Novembre 2017


Giuseppe Guttadauro, Andrea Migliore ed Enrico Mormino entrano a far parte della struttura con i rispettivi team

 

Milano, 28 novembre 2017 – Elexia continua la propria crescita e apre la sede di Roma, in via del Corso 101, per consolidare ulteriormente la propria presenza sul territorio nazionale e ampliare le proprie competenze professionali, in particolare con riguardo al diritto del trasporto aereo, finanza e real estate.

I partner di Elexia salgono così da 11 a 14 con l’ingresso di:

Giuseppe Guttadauro – avvocato, specializzato in attività di strategia, impostazione e gestione della finanza d’impresa, nell’attività di finanza strutturata, di finanza immobiliare e, in genere, nella consulenza aziendale, giuridica, economica e finanziaria nonché in operazioni di lending bancario e parabancario, di debt restructuring, di ristrutturazioni aziendali in generale, di crisi d’impresa, di definizioni transattive del debito bancario e parabancario e di NPL (Non Performing Loans);

Andrea Migliore – avvocato, specializzato nel settore del real estate. Assiste numerose società, gruppi operanti nel settore immobiliare e dei servizi all’immobiliare ed Enti Pubblici. È Consigliere di Giunta e Vice Presidente del Comitato Gestione Tecnica di Assoimmobiliare, l’associazione di categoria del real estate aderente a Confindustria di cui ha seguito la fondazione. Ha ricoperto e ricopre ruoli di consigliere di amministrazione in numerose società operanti nel settore immobiliare;

Enrico Mormino – avvocato, specializzato nel settore del trasporto aereo. Esperto indipendente EASA (Agenzia Europea per la Sicurezza Aerea) in materia legale e di safety, assiste numerose società di gestione aeroportuale, società di handling e diversi operatori del settore, curando tutte le specifiche tematiche. Ha inoltre seguito numerosi progetti di sviluppo immobiliare nei settori del turismo e della grande distribuzione organizzata.

Con i nuovi ingressi Elexia arriva a contare oltre 40 professionisti e collaboratori, distribuiti nelle sedi di Milano, Firenze e Roma e attivi nella consulenza legale, tributaria, amministrativa e della finanza di impresa.

Il profilo completo dei professionisti e i settori di specializzazione sono disponibili sul sito www.elexia.it.

Elexia avvocati & commercialisti è anche su LinkedIn, a questo indirizzo Elexia corporate page.

Con la presente newsletter si segnalano alcune importanti novità di recente introdotte con il DL 16.10.2017 n.148.

Lo studio resta a disposizione per eventuali, ulteriori, chiarimenti.

Ottobre 2017


Il Tribunale di Milano, con decreto del 2 novembre 2017, si è pronunciato collegialmente sulla procedura di liquidazione dei beni ex art. 14 ter ss. l. 27 gennaio 2012, n. 3, fornendo due indicazioni estremamente rilevanti per gli operatori del settore: non è il giudice designato per la procedura a dover decidere se un bene o un credito rientri nell’attivo della stessa e, di conseguenza, l’impugnazione ai sensi dell’art. 14 quinquies, comma 1, l. n. 3 del 2012 non è lo strumento corretto per contestare l’irretrattabilità degli eventuali provvedimenti di assegnazione del quinto della retribuzione o della pensione.

In particolare con riguardo al rapporto tra liquidazione dei beni e quinti già pignorati e assegnati ed in riferimento all’opponibilità degli stessi, il Collegio ha escluso che il giudice designato per la procedura possa tracciare i confini dell’operato del liquidatore, decidendo cosa possa divenire parte dell’attivo della procedura.

Tale determinazione è la conseguenza della riflessione del Tribunale sul parallelismo tra procedura di cui all’art. 14 ter ss. l. n. 3 del 2012 ed il fallimento.

Nel decreto in parola si rileva che spetta soltanto al liquidatore – così come nel fallimento spetta al curatore – definire la massa attiva che sarà oggetto di liquidazione e successiva distribuzione tra i creditori.

La conseguenza di questo (fondamentale) assunto sta nel fatto che un creditore potrà dirsi pregiudicato dall’esclusione dei quinti di stipendio già assegnati solamente se dall’inventario e dal piano di riparto essi saranno esclusi.

Prima di questo momento, infatti, il pregiudizio del creditore sarà meramente potenziale. Solamente quando il pregiudizio diverrà concreto ed effettivo, con il piano di riparto, si potrà agire nelle sedi più opportune.

Avv. Daniele Portinaro
OCC Gestore della crisi – Tribunale di Milano

La Corte di Cassazione con Ordinanza n. 19740 dell’8 agosto 2017 si è espressa per la prima volta – discostandosi da un orientamento sostanzialmente unanime della giurisprudenza di merito – in ordine alla facoltà in capo ai soggetti sovraindebitati di rivolgersi direttamente ai Tribunali per chiedere la nomina di un professionista in possesso dei requisiti di cui all’art. 28 L.F., ove nel relativo circondario sia presente un Organismo di Composizione della Crisi (O.C.C.).

In particolare, la Corte, pur premettendo l’inammissibilità del ricorso avverso un provvedimento privo dei caratteri della decisorietà e della definitività quale quello finalizzato all’introduzione di un procedimento ai sensi della legge 3/2012, non ha ravvisato alcuna violazione di legge nell’aver il Tribunale di merito respinto il reclamo all’istanza di nomina di un professionista in possesso dei requisiti di legge a fronte della costituzione nel medesimo circondario di un O.C.C. costituito ai sensi del comma terzo dell’art. 15, legge 3/2012.

La motivazione della Corte parte fondamentalmente dall’assunto in forza del quale l’Organismo di Composizione della Crisi, così come disciplinato dall’art. 15 della legge 3/2012, – vista la centralità del proprio ruolo nell’ambito della procedura – debba possedere un’elevata specializzazione “giudicata necessaria dal legislatore, desumibile dal rilievo che la norma ha previsto l’istituzione di organismi stabili destinati ad essere in un apposito registro”.

Da qui il rilievo secondo cui la disposizione in parola “rimarrebbe gravemente menomata”, laddove le funzioni ed i compiti propri dell’organismo di composizione della crisi venissero affidati a professionisti idonei a svolgere l’incarico di curatori fallimentari ovvero di notai.

La conclusione cui addiviene la Suprema Corte si sostanzia in una un’interpretazione del comma 9 dell’art. 15 legge 3/2012 in chiave transitoria, con la conseguenza che, una volta costituiti gli Organismi di Composizione della crisi con sede nel circondario del Tribunale competente, non risulterà più possibile avvalersi di un professionista (o di una società tra professionisti) in possesso dei requisiti di cui all’art. 28 L.F.

Sulla scorta della conclusione cui addiviene la Suprema Corte, si ritiene di dover svolgere alcune brevi considerazioni.

In particolare e con riguardo al carattere transitorio della disposizione di cui al comma 9 dell’art. 15 legge 3/2012 – che ha portato del resto la Corte ad escludere una coesistenza degli organismi di composizione della crisi con i professionisti nominati dal Tribunale, – ci si permette di sollevare alcune perplessità posto che il tenore letterale della disposizione in parola parrebbe limitare la predetta transitorietà alle sole modalità di quantificazione del compenso dei predetti soggetti e non – come sembrerebbe sostenere la Corte – in ordine alla possibilità, in quanto tale, di nominare tali soggetti.

Pertanto si potrebbe sostenere che la costituzione degli Organismi di Composizione della Crisi iscritti negli appositi elenchi non possa tout court escludere che tali funzioni continuino ad essere svolte alternativamente anche dai professionisti in possesso dei requisiti di cui all’art. 28 L.F. – purché nominati su istanza del debitore dal Presidente del Tribunale o da un Giudice da quest’ultimo nominato – la cui specializzazione in materia concorsuale escluderebbe in ogni caso di incorrere in quella “grave menomazione” della normativa richiamata dalla Corte Suprema.

 

Avv. Elisa Castagnoli
OCC Gestore della crisi – Tribunale di Milano

La Corte accoglie la nostra tesi, già apparsa su riviste specializzate

 

Abstract: La Corte di Cassazione (sentenza n. 21241/2017) ha esaminato, in assenza di precedenti, la disciplina della DIT /D.Lgs. 466/97) all’epoca in cui tale agevolazione venne sostituita dalla c.d. Tremonti bis, in relazione alla disciplina transitoria di cui all’art. 5, comma 1, lett. b), L. 18.10.01, n. 383. In particolare, la Corte si è occupata dell’effetto di “sterilizzazione” della sua base di calcolo (la c.d. variazione in aumento del capitale investito) nel caso in cui, nel corso dei periodi d’imposta 2001 e/o successivi, venissero mantenuti o erogati finanziamenti a società del medesimo gruppo di appartenenza, eventualmente successivamente rimborsati in tutto o in parte. La Suprema Corte, nel rigettare la tesi dell’Agenzia delle Entrate, che voleva il calcolo bloccato al 30.06.2001 ed i successivi cambiamenti rilevanti solo se in peius per il contribuente, ha invece accolto la tesi della difesa nel segno della continuità applicativa dell’intera disciplina della DIT. La tesi qui accolta era già stata anticipata, nei suoi contenuti interpretativi, in un articolo pubblicato a mie cure nel 2005 sulla rivista “Bollettino Tributario”.

*

In data 13 settembre 2017 è stata depositata la Sentenza n. 21241/2017 con cui la Suprema Corte di Cassazione, cassando la sentenza di appello, ha accolto il ricorso del contribuente e rinviato la decisione nel merito alla Commissione Tributaria Regionale del Veneto, formulando il seguente principio di diritto: “L’art. 1, comma 5, lett. b) legge 18 ottobre 2001, n. 383 (cd. Legge Tremonti-bis), deve essere interpretato nel senso che assumono rilevanza, ai fini della persistente fruizione degli effetti agevolativi previsti dal d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 466 (c.d. d.i.t., dual income tax), le operazioni di variazione in aumento del capitale eseguite fino alla data del 30 giugno 2001. Tali operazioni hanno effetto, ai sensi dell’art. 1, comma 5, d.lgs. n. 466 del 1997, in proporzione ai giorni che intercorrono tra la data del conferimento in denaro e quella di chiusura del periodo d’imposta in cui esso è effettuato e, per il periodo d’imposta successivo, per l’intero loro ammontare. Detto effetto non si produce, ai sensi dell’art. 3, comma 3, lett. c), d.lgs. n. 466 del 1997, fino alla concorrenza dei finanziamenti verso partecipate, ancorché effettuati successivamente al 30 giugno 2001. Esso tuttavia si produrrà in caso di rimborso di detti finanziamenti, ancorché intervenuto successivamente alla predetta data, nei limiti di detto rimborso ed in proporzione al periodo intercorrente tra la data del rimborso medesimo e quella di chiusura del periodo d’imposta in cui è stato effettuato e, per il periodo d’imposta successivo, per l’intero suo ammontare (salvo che intervengano nuove variazioni in aumento o in diminuzione dei crediti da finanziamento da valutare, nei sensi sopra indicati, al termine del periodo d’imposta considerato”.

Ma vediamo innanzitutto quali sono le premessa a tale decisione.

La società A (di seguito anche solo “Società”, controllante della società B, aveva maturato, anteriormente al 30.06.2001, il diritto a fruire del beneficio della c.d. DIT, dual income tax , per un dato ammontare di incremento dei mezzi propri.

Nel 2001, tuttavia la medesima Società aveva erogato dei finanziamenti alla controllata B, finanziamenti poi rimborsati da questa nel corso del medesimo periodo d’imposta. Tale comportamento aveva, stando alla norma, degli effetti su tale ammontare.

L’interpretazione delle modalità con cui tali effetti si sarebbero dovuti applicare ha costituito l’oggetto di una lite ormai decennale, dove si è peraltro assistito ad una inusuale varietà di posizioni. In particolare, Guardia di Finanza ed Agenzia delle Entrate hanno espresso opinioni diverse, così come diverse e tra loro contrastanti sono state le decisioni di merito, mentre la Corte di Cassazione ha invece accolto l’opposta interpretazione del contribuente.

Riprendendo quindi il tema di fondo, è opportuno rammentare come la DIT avesse la finalità di premiare il contribuente virtuoso che, attraverso la capitalizzazione della propria impresa, realizzava un comportamento microeconomico in linea con la più vasta aspettativa di un generale rafforzamento dell’apparato produttivo del Paese, fine ultimo della disposizione.

L’effetto benefico della DIT consisteva nell’applicazione di una aliquota di imposizione più bassa (19%) di quella ordinaria (36%), quindi con un differenziale del 17%, ad una parte del reddito del contribuente, questa determinata sulla base di molteplici parametri.

Il parametro principale, tecnicamente denominato “variazione in aumento del capitale investito” era rappresentato dall’incremento del capitale in dotazione all’impresa del contribuente rispetto a quello esistente alla chiusura dell’esercizio in corso alla data del 30.09.96 (il “bilancio di riferimento”), valore alimentato dai versamenti dei soci e dagli accantonamenti di utili. In definitiva, la variazione in aumento del capitale investito corrispondeva, sia pur grossolanamente, ad un aumento dei mezzi propri.

In contrapposizione rispetto alle predette variazioni in aumento, rilevavano con segno negativo le variazioni in diminuzione del capitale investito, a loro volta essenzialmente rappresentate dalle attribuzioni ai soci, a qualsiasi titolo, di parti del patrimonio netto della società (con esclusione quindi delle diminuzioni involontarie, in particolare delle perdite).

La norma contemplava ulteriori e distinti valori, aventi finalità antielusive, tra cui l’incremento dei crediti di finanziamento nei confronti di società del gruppo, da commisurarsi in rapporto alle consistenze risultanti dal bilancio dell’esercizio in corso al 30.09.96. I valori così individuati corrispondevano a modalità di utilizzo dell’aumento dei mezzi propri sgraditi al legislatore (in questo senso Di Tanno T., La dual Income Tax, Giuffrè Editore, 1998, p. 84) e rispetto ai quali l’incremento del capitale investito non poteva essere produttivo dei benefici della legge. La natura antielusiva di questa e di altre simili disposizioni, oltre che essere di per sé evidente (tra gli altri, Berardo – Dulcamare, La disciplina della dual income tax, Monografie del Corriere Tributario, Supplemento al Corriere Tributario, 1999, n. 22, pag. 36), emerge chiaramente dalla relazione di accompagnamento allo schema di D.L.vo n. 466/97 (“il sistema DIT si presta, occorre esserne consapevoli, alla trasformazione elusiva di capitale vecchio in nuovo. A fronteggiare in via generale questo rischio provvede l’art. 2(…)”; cfr. la relazione in Boll. Trib., 1998, n. 3, p. 260 e sub all. 8) e dalla prassi amministrativa (C.M. 06.03.98, n. 76/E, par. 6 : “Gli artt. 2 e 3, comma 3, lett. c), del decreto legislativo in esame, allo scopo di evitare che la disciplina della DIT possa prestarsi a manovre elusive, moltiplicando a cascata gli effetti agevolativi ovvero creando effetti distortivi nell’attribuzione dell’agevolazione, elencano talune fattispecie che danno luogo ad un disconoscimento della variazione in aumento del capitale investito” ); lo scopo di queste previsioni era naturalmente quello di impedire il godimento dei benefici in contesti in cui il fine ultimo della norma, ossia il rafforzamento effettivo della struttura finanziaria delle imprese e l’incentivo agli investimenti propriamente imprenditoriali, in assoluto ed in preferenza rispetto a quelli finanziari, era raggiunto soltanto in modo effimero o non era raggiunto affatto o in cui, ancora più maliziosamente, il beneficio stesso veniva indebitamente moltiplicato. La conseguenza prevista per tale utilizzo indesiderato era la “neutralizzazione” dell’incremento del capitale investito per importi corrispondenti. Si noti bene, si trattava di un effetto di “neutralizzazione”, e non di una vera e propria elisione. Infatti, come osservato da autorevole dottrina, le norme in questione non comportavano gli effetti, “a stretto rigore, di una vera e propria riduzione contabile simile a quella derivante, ad esempio, dalla devoluzione di poste del patrimonio netto ai soci, bensì di una sorta di sterilizzazione di questo patrimonio, il quale perde rilevanza ai fini di che trattasi, pur rimanendo presente presso l’impresa in corrispondenza degli investimenti anzidetti” (Assonime, circ. 42 del 27.05.98, par. 2.2., p. 100).

Già sotto il profilo letterale si riscontra infatti la diversa natura di tali valori, i quali non tanto si traducevano in una “riduzione” della variazione in aumento del capitale investito, ma piuttosto “privavano di effetto” l’incremento del capitale stesso, il quale incremento rimaneva quindi intatto nel suo ammontare, salvo appunto il venire meno della sua efficacia. Tale distinguo era posto in luce anche nelle istruzioni per il modello 760/98 redditi 1997 (pag. 16, paragrafo 6), in cui si legge che “la norma elenca talune fattispecie che danno luogo ad un disconoscimento in tutto o in parte della variazione in aumento del capitale investito”.

Conclusivamente, si deve osservare che, nei casi in cui le disposizioni antielusive commentate dipendevano da consistenze variabili nel tempo, come rispetto ai finanziamenti infragruppo, l’effetto della norma antielusiva era precario. Al venir meno delle condizioni a cui si applicava la disposizione antielusiva, come nel caso dell’integrale rimborso dei detti finanziamenti ad una controllata, non si sarebbero potuti ulteriormente produrre gli effetti elusivi colpiti dalla norma e, pertanto, la base di applicazione della DIT si sarebbe nuovamente espansa al suo livello naturale, commisurato all’incremento del capitale investito. La natura provvisoria della “sterilizzazione” della base DIT è quindi il fondamentale criterio di interpretazione della fattispecie al nostro esame.

*

Così posto il quadro generale, la questione è quindi se tale natura, provvisoria, della “sterilizzazione” DIT venisse o meno vanificata dalla disciplina transitoria di cui all’art. 5, comma 1, lett b), L. 18.10.01, n. 383, che peraltro offriva elementi non equivoci di interpretazione.

Innanzitutto, letteralmente, la disposizione individua la categoria di soggetti interessati al provvedimento in coloro che alla data del 30 giugno 2001 avevano già effettuato “variazioni in aumento del capitale investito”, come definite dalla normativa di base.

In secondo luogo, la disposizione da un lato ribadisce che ai medesimi continuano ad applicarsi i benefici della DIT e limita tali benefici a quelli “relativi” ai versamenti fatti fino al 30.06.01.

In altri termini, si trattava di una sorta di “congelamento” del meccanismo incrementale del regime DIT, che impediva al contribuente di fruire di quegli eventuali ulteriori benefici che, altrimenti, gli sarebbero derivati dalle nuove variazioni in aumento del capitale investito successive alla predetta data del 30.06.01, come peraltro era stato autorevolmente osservato (Assonime, circolare n. 30 del 05.04.02, par. 3.1.2: “L’effetto che scaturisce dalla disposizione è semplicemente quello (…) di privare la DIT della possibilità di crescere ulteriormente a seguito di nuove capitalizzazioni operate dall’impresa dopo la suddetta data”).

Restavano tuttavia fermi, come esplicitamente prevede la disposizione, i benefici riferibili alle variazioni in aumento del capitale investito verificatesi anteriormente alla data stessa.

Vale poi la pena di insistere su di un inequivoco elemento letterale: la norma faceva ricorso al verbo “continuare” (“i soggetti che alla data del 30 giugno 2001 abbiano già eseguito operazioni di variazione in aumento del capitale ai sensi del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 466, continuano a fruire dei relativi benefici” ). E’ pertanto di tutta evidenza che la disposizione è stata posta nel segno della prosecuzione degli effetti della disciplina originaria, fatta naturalmente eccezione per il non trascurabile elemento di discontinuità rappresentato dall’irrilevanza degli incrementi di capitale investito successivi al 30.06.01, sola novità di rilievo.

Aspetti, questi, pienamente colti dalla Corte di Cassazione, la quale ha quindi affermato che “non può, invero, non muoversi dalla constatazione che l’art. 5, comma 1, lett. b) della legge n. 383 del 2001, testualmente si limita a prevedere, quale eccezione alla statuita soppressione della Dit, la persistente sua applicabilità (<< i soggetti … continuano a fruire dei relativi benefici>>) per le operazioni di variazione del capitale eseguite fino al 30 giugno 2001, senza nulla disporre, né tanto meno innovare, circa le modalità di applicazione della relativa disciplina e, in particolare, circa la modalità di applicazione delle norme antielusive”.

*

Avendo la Suprema Corte condiviso il fondamentale canone interpretativo sopra esposto, ne conseguiva per l’effetto la cassazione per violazione di legge di entrambe le sentenze della Commissione Tributaria Regionale, che avevano invece accolto la tesi avversaria, incompatibile con la linea esegetica adottata dalla Corte di Cassazione.

Nel rigettare quindi gli argomenti dell’Ufficio, la Corte ha affermato che “non trova … riconoscibile fondamento, né testuale, né logico-sistematico” la tesi dell’Agenzia delle Entrate, accolta dalla CTR, secondo la quale la norma transitoria dell’art. 5 summenzionato opererebbe una sorta di congelamento, alla data del 30.06.2011, tale per cui l’eventuale decremento dei crediti di finanziamento non potrebbe dare luogo ad incrementi della base DIT successivi alla suddetta data, così che il 30.06.2011 sarebbe una sorta di “chiusura virtuale” del periodo d’imposta 2001.

“Tale tesi di fatto ipotizza una deroga al regime ordinario previsto dalla Dit in assenza di alcun indice testuale che possa darvi copertura e in mancanza altresì di alcuna intellegibile ragione sistematica”.

*

In tale contesto la Corte ha anche colto l’aperta contraddittorietà della tesi erariale, che, come sopra esposto, veniva sempre posta pro fisci e contro il contribuente. Tale tesi, infatti, “è inoltre palesemente contraddetta dall’affermazione secondo la quale occorrerebbe invece tenere conto, per gli effetti riduttivi della base Dit, dei crediti erogati, ai sensi dell’art. 3, comma 3, successivamente al 30 giugno 2001: affermazione inspiegabile nella prospettiva fatta propria dall’Amministrazione di un orizzonte semestrale per la valutazione della rilevanza dei conferimenti”.

*

In definitiva, quanto ai benefici accordati dalla norma, questi sono quelli relativi alle operazioni di variazione in aumento fino al 30 giugno 2001. Non si tratta, invece, dei benefici come risultanti al 30.06.01 ed a tale data cristallizzati, come inesattamente sostenuto dall’Ufficio, ma di quelli che discendono dai medesimi ed a seguito dell’applicazione dei principi generali della materia.

In conclusione, la Corte ha accolto la tesi della Società ed ha statuito il seguente primo principio di diritto secondo cui “l’art. 5, comma 1, lett. b) legge 18 ottobre 2001, n. 383 (cd legge Tremonti-bis), deve essere interpretato nel senso che assumono rilevanza, ai fini della persistente fruizione degli effetti agevolativi previsti dal d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 466 (c.d. d.t.i., dual income tax), le operazioni di variazione in aumento del capitale eseguite alla data del 30 giugno 2001. Tali operazioni hanno effetto, ai sensi dell’art. 1, comma 5, d.lgs. n. 466 del 1997, in proporzione ai giorni che intercorrono tra la data del conferimento in denaro e quella di chiusura del periodo di imposta in cui esso è effettuato e, per il periodo di imposta successivo, per l’intero loro ammontare”.

Le modifiche normative apportate alla DIT e qui esaminate, in definitiva, hanno esclusivamente privato di rilevanza, ai fini della misura del beneficio, gli aumenti di capitale investito successivi alla data del 30.06.01. Per qualsiasi altro aspetto della normativa, invece, la novella dell’art. 5, c. 1, lett. b), della L. 18.10.2001, n. 383 non ha comportato modifiche di sorta, così che le norme di base, contenute nel D.L.vo 466/97, hanno continuato ad avere piena rilevanza.

*

Residua quindi la seconda questione, ossia l’impatto dell’applicazione della norma antielusiva in relazione ai finanziamenti infragruppo che, come si è sopra detto, ha solo l’effetto di produrre una proporzionale “sterilizzazione” del bene derivante dai conferimento, con un effetto temporaneo e non permanente.

Se, come sopra esposto, si ritiene che la residua disciplina DIT, ed in particolar modo le disposizioni antielusive, operino integralmente, non si potrà che concluderne che, al venir meno delle cause temporanee di sterilizzazione della base DIT, la stessa base si riespanderà naturalmente, essendo questo è il normale effetto della normativa DIT, che viene così applicata nella sua interezza.

La Suprema Corte di Cassazione, condividendo tale linea interpretativa, ha ulteriormente precisato che “la norma in questione non assegna all’incremento dei crediti di finanziamento in favore di partecipate un ruolo diretto, equiparabile ai decrementi di capitale, ai fini della determinazione della base Dit, ma solo un ruolo indiretto, esplicantesi nel <> il conferimento eseguito. Questo in coerenza con la chiara finalità antielusiva della norma …… Ciò colloca all’evidenza gli incrementi considerati dalla norma non già sul piano della <>, ossia della concreta formazione della base Dit (solo per la quale, nella disciplina transitoria, è fissato il termine del 30 giugno 2001), bensì su quello della <>, ossia della valutazione dell’effettiva idoneità di tale base a produrre gli effetti agevolativi previsti: valutazione questa che … resta da compiersi nel più ampio orizzonte temporale rappresentato dall’anno solare”.

Sullo specifico effetto dei rimborsi, la Suprema Corte chiarisce poi che “il rilievo dei rimborsi dei finanziamenti è solo, a ben vedere, quello di far cessare la situazione che, finché pendeva, privava di effetto a fini Dit l’aumento del capitale”.

In conclusione, quanto alla rilevanza dei decrementi (e degli incrementi) dei finanziamenti intervenuti successivamente al 30.06 ma anteriormente al 31.12, la Suprema Corte ha affermato che “non vi è allora ragione di negare rilevanza, ai fini della determinazione della base Dit, alle variazioni (sia in aumento che in diminuzione) dell’ammontare dei crediti da finanziamento anteriormente alla chiusura del periodo d’imposta (….), ancorché successivamente alla data del 30 giugno 2001, posto che: a) tale variazione non riguarda la fattispecie (i conferimenti in denaro, quale dato fattuale cui viene riconnesso l’effetto agevolativo, sono e rimangono quelli effettuati anteriormente al 30 giugno 2001), ma solo la possibilità che ad essa venga effettivamente ricondotto detto effetto; b) ai fini di tale valutazione non muta … l’orizzonte temporale finale …. che rimane quello rappresentato dal termine del relativo periodo d’imposta ….”.

*

Rimane infine la questione della modalità di applicazione della detta disciplina, con riferimento ai casi in cui, nel periodo di imposta, i finanziamenti alle controllate abbiano variazioni in un senso e nell’altro.

Al riguardo, la Suprema Corte ha fissato il seguente secondo principio di diritto: “Detto effetto [ndr.: quello dei conferimenti fatti] non si produce, ai sensi dell’art. 3, comma 3, lett. c), d.lgs. n. 466 del 1997, fino alla concorrenza dei finanziamenti verso partecipate, ancorché effettuati successivamente al 30 giugno 2001. Esso tuttavia si produrrà in caso di rimborso di detti finanziamenti, ancorché intervenuto successivamente alla predetta data, nei limiti di detto rimborso ed in proporzione al periodo intercorrente tra la data del rimborso medesimo e quella di chiusura del periodo d’imposta in cui è stato effettuato e, per il periodo d’imposta successivo, per l’intero suo ammontare (salvo che intervengano nuove variazioni in aumento o in diminuzione dei crediti da finanziamento da valutare, nei sensi sopra indicati, al termine del periodo d’imposta considerato”.

In particolare, la Suprema Corte ha precisato che “il rilievo dei rimborsi dei finanziamenti è solo …. quello di far cessare la situazione che, finchè pendeva, privava di effetto ai fini Dit l’aumento del capitale. ………. Ciò precisato, occorre allora a questo punto chiedersi se il termine del 30 giugno 2001 fissato per l’operatività delle agevolazioni Dit valga a precludere tale riespansione di efficacia in data ad esso successiva. La risposta anche in questo caso deve essere negativa, trattandosi di evento anch’esso tutto interno alla modulazione degli effetti di una fattispecie già interamente formatasi anteriormente al predetto termine”.

*

E’ peraltro interessante aggiungere che già nei gradi di merito le competenti Commissioni Tributarie avevano avuto modo di giudicare inapplicabili le sanzioni tributarie irrogate, avendo al riguardo viceversa ritenuto applicabili i principi ricavabili dal combinato disposto degli artt. 6, comma 2, D.Lgs. n. 472/97, 8 D.Lgs. n. 546/92 e 10, comma 3 L. n. 212/2000.

Ciò in ragione del contesto interpretativo sopra esposto, incerto e quindi tale da escludere l’applicabilità delle sanzioni pecuniarie in ragione dei detti principi, ed in particolare dell’art. 6, comma 2, citato, che espressamente che “non è punibile l’autore della violazione quando essa è determinata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferiscono…” . Principio, questo, ribadito sia dall’art. 8 del D.Lgs. n. 546/92 che dall’art. 10 dello Statuto dei diritti del contribuente (Legge 27.7.2000 n. 212).

Sul punto, infatti, in altra sede la Suprema Corte di Legittimità ha avuto modo di precisare che “in tema di sanzioni amministrative per violazione di norme tributarie, il potere delle commissioni tributarie di dichiarare l’inapplicabilità delle sanzioni in caso di obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle norme alle quali la violazione si riferisce, sussiste quando la disciplina normativa, della cui applicazione si tratti, si articoli in una pluralità di prescrizioni, il cui coordinamento appaia concettualmente difficoltoso per l’equivocità del loro contenuto, derivante da elementi positivi di confusione, il cui onere di allegazione grava sul contribuente.” (Cass. civ., sez. Trib., 29.09.2003, n. 14476 ).

Peraltro in dottrina si ritiene che cause, per così dire sintomatiche, dell’obiettiva incertezza siano individuabili, oltre che nella palese oscurità o equivocità della disposizione : “1. nella mancanza di pronunce giurisprudenziali o nell’esistenza di orientamenti giurisprudenziali contrastanti; 2. nella contraddittorietà o scarsa chiarezza delle informazioni o interpretazioni ministeriali; nel contrasto tra interpretazione amministrativa e giurisprudenziale…” (Consolo e Glendi, in “Commentario Breve alle leggi del processo tributario”, pag. 83, ed. Cedam, anno 2005; in tal senso cfr. M. Logozzo in “Obiettiva incertezza della legge tributaria”, in Rass. Trib., anno 1998, pagg. 975 e ss).

Con riferimento alla obiettiva incertezza normativa. L’incertezza normativa è assunta come elemento “obiettivo”, il che significa che il dato normativo non è oggettivamente in grado di indicare con precisione e chiarezza il comportamento da tenere nel caso di specie. Si tratta esattamente della situazione in cui si è venuta a trovare la Società, dato che la norma indica esattamente come si dovesse comportare il contribuente con riferimento tanto agli incrementi quanto ai decrementi dei finanziamenti successivi al 30.06.01. La Società ha dovuto infatti ricavare dal dato normativo, dal contesto in cui il medesimo è inserito e dalla disciplina generale della DIT alcuni principi generali, da cui ha desunto una interpretazione più che plausibile che ha applicato alla fattispecie.

Con riferimento alla giurisprudenza che ha avuto modo di occuparsi dell’argomento. L’obiettiva incertezza era altresì dimostrata dall’assoluta mancanza di giurisprudenza (all’epoca della decisione) che si fosse occupata della questione. La giurisprudenza successiva, in buona sostanza quella della presente vicenda, ha espresso tre principi diversi nei tre gradi di giudizio, dopo che perfino Guardia di Finanza e Ufficio avevano assunto criteri interpretativi diversi.

Con riferimento poi alle pronunce ministeriali , si deve evidenziare che non solo l’Amministrazione Finanziaria ha modificato la propria opinione in corso di tempo, ma che nella pronuncia meno remota (C.M. 26.11.02, n. 85, par. 3) ha adottato principi interpretativi del tutto coerenti con quelli utilizzati dalla Società ed opposti a quelli inizialmente suggeriti dalla medesima ed invece poi adottati dall’Ufficio nell’atto impositivo.

Quanto poi al contesto generale , giova ancora osservare che la dottrina che si è occupata dell’argomento (Assonime) ha tutta seguito il medesimo criterio interpretativo della Società, che si potrà forse non condividere, essendo legittime anche opinioni diverse, ma che è certamente più che plausibile.

Avv. Dott. Paolo Franzoni

Settembre 2017


Nicola Cinelli, Valerio Menaldi e Eleonora Barneschi, con la propria struttura, entrano a far parte di Elexia

Milano, 18 settembre 2017 – CM&A – Cinelli Menaldi & Associati fa il suo ingresso in Elexia, studio di avvocati e commercialisti nato a Milano nel 2015 e che conta oggi oltre 30 professionisti attivi nella consulenza legale, fiscale, tributaria e amministrativa.

I responsabili dei dipartimenti dello studio salgono da 8 a 11 con l’ingresso di:

Nicola Cinelli – dottore commercialista, vanta una lunga esperienza in operazioni straordinarie, nella riorganizzazione di società e gruppi, nel risanamento e ristrutturazione del debito nei settori industriale, immobiliare e dei servizi; tra i numerosi incarichi ricoperti, è stato amministratore delegato di Aedes S.p.A. e presidente di Valore Reale SGR S.P.A.;

Valerio Menaldi – avvocato, uno dei più affermati consulenti nel settore delle infrastrutture; nel corso della sua lunga carriera ha avuto ruoli di primo piano in rilevanti processi di privatizzazione e ha lavorato su rilevanti operazioni di project financing e derivati per local utilities ed enti pubblici;

Eleonora Barneschi – avvocato, da oltre vent’anni opera con una specializzazione nel diritto degli enti locali e delle società pubbliche, degli appalti, dei servizi pubblici, nel governo del territorio e nel real estate.

Gli attuali responsabili dei dipartimenti di Elexia sono Daniele Portinaro (avvocato), Alberto Di Fresco (dottore commercialista e revisore legale), Alberto Basso (dottore commercialista e revisore legale), Elisa Castagnoli (avvocato), Gianluca Crespi (avvocato), Giuseppe Dell’Acqua (avvocato, LL.M.), Paolo Franzoni (dottore commercialista e revisore legale, avvocato) e Giulio Graziani (avvocato).

Elexia consolida così la propria struttura aprendo una nuova sede a Firenze, in via Cavour 106, e si conferma come punto di riferimento anche a livello nazionale.

Il profilo completo dei professionisti e i settori di specializzazione sono disponibili sul sito www.elexia.it.

Elexia avvocati & commercialisti è anche su LinkedIn, a questo indirizzo Elexia corporate page.

La gestione della normativa della privacy da parte delle imprese operanti in qualsiasi settore e di ogni dimensione, è qualcosa che oggi, soprattutto in previsione dell’entrata in vigore del nuovo GDPR 679/06, è necessario conoscere e implementare, per essere compliant e limitare i rischi di esposizione alle elevate sanzioni pecuniarie disciplinate dal regolamento europeo.

Lo studio Elexia è lieta di invitarLa a un breakfast meeting che si terrà presso i propri uffici in Via Solferino n. 7 di Milano, il prossimo 5 ottobre 2017 dalle ore 8,30, il cui tema sarà: ”Nuovo Regolamento Europeo Privacy: accountability e rischi privacy. Quali adeguamenti entro il 25 maggio 2018?”.

Per visionare il programma cliccare qui

Luglio 2017


Il Tribunale di Milano, in persona della dottoressa Amina Simonetti, lo scorso 9 luglio 2017 ha aperto la prima procedura di liquidazione dei beni ex art. 14 ter l. 3 gennaio 2012, n. 3, gestita dall’OCC – Organismo di Composizione della Crisi presso l’ordine degli avvocati di Milano e dall’avvocato Daniele Portinaro, in qualità di gestore della crisi.

Nel caso di specie, un ragazzo, trovatosi incolpevolmente nella situazione di sovraindebitamento descritta dall’art. 6 l. n. 3 del 2012 – in ragione di obbligazioni assunte a suo nome dalla madre nell’esercizio di un’attività d’impresa – ha depositato in Tribunale un’istanza di liquidazione dei beni – mettendo a disposizione dei creditori unicamente una parte della sua retribuzione, peraltro già pignorata per un quinto – per comporre la sua situazione debitoria unitamente alla relazione particolareggiata redatta dall’avvocato Portinaro.

L’apertura di questa prima procedura di liquidazione costituisce un chiaro esempio di come la l. n. 3 del 2012 possa trovare concreta e utile applicazione se gli operatori del settore collaborano proficuamente superando gli ostacoli interpretativi della legge. Se la sensibilità e l’orientamento al raggiungimento degli obiettivi posti dal legislatore in tema di sovraindebitamento permettono di superare i formalismi, è possibile aiutare soggetti in difficoltà a trovare una soluzione definitiva alle crisi individuali, con beneficio per l’intera collettività.

Avv. Daniele Portinaro

La CTP di Milano, con 3 sentenze gemelle  (CTP Milano, sez. 3, nn. 4543/4544/4545 del 03.07.17), respinge una tesi dell’Agenzia delle Entrate secondo la quale i rapporti finanziari regolati in conto corrente genererebbero una sopravvenienza attiva tassabile (nel caso, ovviamente, non rilevata in contabilità) al decorso del termine prescrizionale dalla loro apertura.

Una sopravvenienza attiva non ortodossa, quindi, secondo una teorizzazione piuttosto forzata che non viene accolta dalla CTP.

Quest’ultima, conformemente all’insegnamento della Suprema Corte, ha rilevato come nei rapporti regolati in conto corrente la prescrizione decorra dalla chiusura di quest’ultimo, e non in costanza del medesimo. Per il decorso della prescrizione, osserva ancora la Corte, occorrono elementi in concreto, mentre non sono sufficienti mere congetture.

La CTP rigetta quindi  la tesi erariale anche sulla base degli elementi in fatto emersi nella fattispecie sottoposta al suo esame, dove le parti avevano continuato a regolare i loro rapporti in conto corrente, registrando le reciproche rimesse in contabilità, rilevando gli interessi ed iscrivendo i saldi in bilancio, attivi o passivi che fossero.

La tesi erariale non è stata quindi rigettata tanto in quanto non coerente con gli orientamenti prevalenti nelle premesse teoriche e, comunque, smentita da elementi in fatto di segno contrario.

Dott. Avv. Paolo Franzoni

Giugno 2017


Con la presente newsletter si segnalano alcune importanti novità di recente introdotte con la conversione del Decreto Legge n. 50/2017 (c.d. Manovra correttiva).

Lo studio resta a disposizione per eventuali, ulteriori, chiarimenti.

Un finanziamento erogato in esecuzione di un accordo di ristrutturazione dei debiti, omologato ai sensi dell’articolo 182-bis L.F., al fine di vedersi riconosciuta la natura prededucible ai sensi degli articoli 182-quater o 182-quinquies L.F. deve necessariamente essere erogato prima dell’omologa dell’accordo.

È questo il principio che emerge dal decreto di omologa di un accordo di ristrutturazione dei debiti, recentemente emesso dal Tribunale di Milano per una società quotata presso Borsa Italiana, alla cui presentazione ha partecipato, in qualità di attestatore, il dottor Alberto Di Fresco, di Elexia avvocati & commercialisti.

Dott. Alberto Di Fresco

Marzo 2017


La CTP di Vicenza, con sent. 866 del 27.10.2015, recentemente passata in giudicato, affronta il tema della responsabilità degli amministratori per le sanzioni tributarie, accogliendo la tesi del Litigation Tax Department di Elexia.

La vicenda riguarda l’asserito amministratore di fatto di una società del settore della conceria, alla quale viene notificato un avviso di accertamento, sul presupposto della detrazione indebita di IVA per operazioni inesistenti. Il medesimo atto viene infatti notificato anche a tale soggetto, attribuendogli la responsabilità in solido per il pagamento delle sole sanzioni.

In particolare, la CTP ha ritenuto fondato il rilievo della difesa in punto di violazione dell’art. 7 del D.L. n. 269/03, ove si prevede che le sanzioni amministrative relative al rapporto tributario proprio delle società con personalità giuridica restano esclusivamente a carico di quest’ultima.

La CTP ha poi escluso la fondatezza della tesi dell’Ufficio, che riteneva applicabile il principio espresso da una legge delega (art. 2, comma 1, n. 80/03), secondo il quale la sanzione si concentra sul soggetto che ha effettivamente tratto beneficio dalla violazione. Principio che tuttavia non ha mai trovato espressione in una norma delegata, fatta eccezione proprio per il sopra citato art. 7 D.L. 269/03, in senso tuttavia incompatibile con la tesi dell’Agenzia delle Entrate.

In buona sostanza, l’Ufficio ha elaborato una tesi non compatibile con il principio di legalità, che non consente di applicare una sanzione al di fuori dei casi previsti dalla legge.

Per scaricare il documento cliccare qui

Dott. Avv. Paolo Franzoni

Febbraio 2017


Passata in giudicato la sentenza n. 772/19/16, la CTR di Venezia, sez.19, che ha accolto la tesi del dipartimento tributario di Elexia, vale la pena porsi ancora qualche domanda.

Nella parte in fatto, la vicenda è relativamente semplice.

Avendo l’Ufficio emesso un atto di recupero di un credito di imposta IRAP maturato in relazione ad attività di R&S, la società contribuente ha contestato la pretesa, impugnando il medesimo dinnanzi alla competente CTP.

Ottenuta sentenza favorevole, l’Ufficio ha presentato appello.

La CTR di Venezia, nel confermare la sentenza di primo grado, ha riconosciuto la legittimità del comportamento della società, la quale, dopo avere svolto una prima attività di R&S in ordine ad un nuovo processo produttivo, ne ha implementato i risultati nel proprio impianto. La tesi dell’Ufficio, secondo la quale si sarebbe trattato non di R&S, ma piuttosto di acquisto di macchinari, è stata giudicata meramente congetturale e formale, avendo l’Ufficio omesso di prendere atto degli effettivi contenuti della fattispecie e della conformità dei fatti descritti alla realtà. La CTR ha pertanto respinto l’appello e confermato la sentenza di primo grado, condannando l’Ufficio alle spese.

Così deciso il merito della questione, è tuttavia la tesi dell’Ufficio in via pregiudiziale, respinta dal giudice, a suscitare ancora interesse.

La contribuente aveva infatti pagato le somme indicate nell’atto impugnato, ma evidentemente tale pagamento non era avvenuto spontaneamente in adesione alla pretesa dell’Ufficio, bensì in virtù delle “Avvertenze” contenute nell’atto stesso ed in considerazione delle certe conseguenze del mancato pagamento (esecuzione forzata ed aggravio di oneri e spese, oltre che danno reputazionale).

La somma pretesa era pertanto stata pagata dalla contribuente nella logica del solve et repete, caratteristica ancora tipica di talune categorie di provvedimenti autoritativi dell’Agenzia delle Entrate, tra i quali tali atti di recupero, i quali, come già indica la denominazione, attengono alla fase attuativa del tributo (il pagamento) e non alla fase accertativa. In altri termini, i medesimi si comportano, da questo punto di vista, in modo analogo agli atti di riscossione dell’esattore (tipicamente il ruolo), la cui impugnazione non sospende automaticamente la riscossione, che procede invece con il proprio ritmo naturale nonostante la pendenza del giudizio.

In tale contesto, è pur vero che il contribuente paga, ma lo fa solo perché è costretto, e contemporaneamente contesta, appunto perché si auspica che le proprie ragioni siano riconosciute dal collegio giudicante e, per l’effetto, che quanto pagato venga infine restituito.

Oltretutto, nel caso di specie, per prudenza, proprio allo scopo di evitare qualsiasi equivoco, la contribuente si era premurata di indicare le proprie intenzioni all’Ufficio, comunicandole a mezzo raccomandata,

Ma l’Amministrazione, evidentemente poco convinta di poterla spuntare nel merito, ha sostenuto, sia in primo grado che in appello, che il pagamento, asseritamente “spontaneo”, avrebbe avuto l’effetto dell’accettazione alla pretesa e che ciò avrebbe giustificato la cessazione della materia del contendere ex art. 44 e 46 D.Lgs 546/1992.

La tesi dell’Ufficio era già stata rigettata dalla CTP, la quale correttamente aveva evidenziato e valorizzato l’obiettivo di tale pagamento.

Ma, soprattutto, la società aveva posto in essere fin da subito un comportamento nel suo insieme inequivoco, inibendo di fatto qualsiasi possibilità di confondere il medesimo con l’acquiescenza alle tesi dell’Ufficio dove, una serie di fatti, avvenuti tutti (considerati i tempi tecnici) nel medesimo contesto [(i) pagamento, (ii) impugnazione, (iii) dichiarazione a chiarimento delle intenzioni della contribuente e (iv) costituzione in giudizio], pacificamente conformi (i) a legge e (ii) alle istruzioni dell’atto impugnato, rendevano del tutto chiara e non suscettibile di essere malintesa l’intenzione della società (in tal senso, con riferimento all’analogo caso del pagamento successivo al giudizio di primo grado, Cass. n. 2826/2008; n. 27082/2006; Cass. n. 24547/2009; Cass. 11769 e 21385/2012; 20286/2013).

Così che l’argomentare dell’Ufficio era parso alla difesa essere soltanto un artificioso tentativo di speculazione non solo infondato, ma oltremodo pretestuoso.

La difesa aveva conseguentemente respinto il tentativo dell’Ufficio di ricondurre la fattispecie al brocardo “nemo potest venire contra factum proprium“. Il principio, che può tradursi in una sotto-clausola del principio generale delle buona fede negoziale (per tutti, Festi “Il divieto divenire contro il fatto proprio” pag. 109 e ss.), era stato infatti introdotto del tutto inopportunamente.

Infatti, la società non aveva mai manifestato, in alcuna forma, né esplicita né implicita, l’intenzione di prestare acquiescenza alla pretesa dell’Ufficio. Il pagamento era stato effettuato con espresse riserve e, dunque, non gli si poteva dare alcun valore di “fatto concludente”. Del resto non può essere inteso di per sé come accettazione il solo pagamento, potendo rilevare come tale esclusivamente alle condizioni del pagamento acquiescente vero e proprio, ex art. 15 del D.Lgs 218/1997, dove il medesimo presuppone espressamente, e prima di tutto, la rinuncia “ad impugnare l’avviso di accertamento” e dove il medesimo si formalizza contestualmente ad una agevolazione, consistente nel pagamento delle sanzioni ridotte ad un terzo” (in tal senso si vedano Nota D.R.E. Sicilia 19.10.1999 n.99/50685 e CTP di Torino n. 48/2009).

Ma non era certo questo il caso.

E ancora, quale avrebbe potuto essere l’affidamento ingenerato nell’Ufficio se la contribuente si era costituita in giudizio, senza dunque rinunziare all’azione? L’espressione “nemo potest venire contra factum proprium” presuppone l’ingenerazione di qualche tipo di legittimo affidamento in chi riceve il pagamento. La censura dell’Ufficio avrebbe avuto un qualche fondamento solo se il medesimo avesse potuto confidare nella stabilità della condotta della contribuente, ipotesi però inconciliabile con il tenore della comunicazione inviata dalla società all’Ufficio stesso e con l’apertura di un processo in opposizione alle pretese erariali.

La difesa aveva quindi sollevato l’eccezione di “dolo generale”, proprio allo scopo di evidenziare che era semmai l’Ufficio a venire meno al principio della buona fede, dato che da un lato intimava il pagamento delle somme, oltre interessi e sanzioni in misura piena, pena l’iscrizione a ruolo straordinario, e dall’altro poi intendeva approfittare di un comportamento da esso stesso indotto.

Nell’assumere la decisione, aderendo alla tesi della difesa, la CTR ha respinto l’eccezione di inammissibilità dell’Ufficio per avvenuta acquiescenza, “in quanto il contribuente ha univocamente chiarito, e tale chiarimento è stato peraltro assolutamente tempestivo, come il pagamento non sia stato assolutamente spontaneo né espressione di acquiescenza alla pretesa tributaria”.

Tutto bene quello che finisce bene, ma quanta fatica per una questione che pare ovvia e quante preoccupazioni per diritti sacrosanti e che invece vengono bistrattati proprio da quelle stesse autorità che per prime dovrebbero farne applicazione!

Dott. Avv. Paolo Franzoni

Con la sentenza n. 123/2017, la CTP di Modena accoglie la tesi della difesa, secondo la quale le modifiche apportate dalla legge di stabilità del 2014 (l. 27.12.2013, n. 147) all’art. 101, TUIR, in materia di deducibilità fiscale delle perdite su crediti, hanno valore interpretativo.

La deducibilità fiscale delle perdite su crediti ha sempre rappresentato uno scoglio molto arduo per i contribuenti, dove soprattutto la Corte di Cassazione ha assunto posizioni molto rigide e pressoché insuperabili.

E’ quindi finalmente costruttiva la posizione di quella giurisprudenza di merito che, come la sentenza in questione, esprime posizioni più vicine alla realtà fattuale della attività economiche.

In particolare, nella fattispecie al ns. esame si riconosce, in relazione al periodo di imposta 2010, che la deduzione della perdita su crediti era consentita, ricorrendo contemporaneamente la cessione pro-soluto del credito ed elementi valutativi idonei a ragionevolmente dimostrare l’ormai definitiva perdita dell’ammontare pressoché integrale del medesimo, contesto poi confermato ex post dalla liquidazione della società debitrice senza possibilità di recupero alcuno.

Osserva poi il Collegio Giudicante che tale assetto esegetico, comunque già ricavabile dal contesto normativo precedente, è stato ulteriormente confermato dalle dette modifiche, appunto intervenute successivamente al 2010 ed alle quali può essere attribuito valore interpretativo.

In questo senso, pertanto, anche per il passato possono essere superate le più rigide posizioni della giurisprudenza di legittimità, offrendo quindi una concreta possibilità di difesa ai contribuenti colpiti da provvedimenti impositivi dell’Agenzia delle Entrate aventi analogo contenuto.

Per scaricare il documento cliccare qui

Dott. Avv. Paolo Franzoni

Gennaio 2017


Il decreto legislativo 254 del 30 dicembre 2016 attuativo della direttiva Europea n. 95/14, impone alle imprese di interesse pubblico (società quotate, enti creditizi, compagnie assicurative e altre entità che come tali siano state designate dagli Stati membri), che occupano più di 500 dipendenti, l’obbligo di predisporre il Bilancio di Sostenibilità, ergo la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario  o non financial and diversity information, sulle proprie iniziative in ambito ESG.

Nella divulgazione delle informazioni di sostenibilità, le imprese potranno basarsi su standard nazionali (come il ricorso agli indicatori già elaborati attraverso una procedura partecipata ed in uso attraverso la piattaforma del MISE), dell’Unione europea o internazionali.

I principali ambiti che le aziende dovranno rendicontare saranno:

  • il modello aziendale di gestione ed organizzazione delle attività dell’impresa (231/2001);
  • le politiche praticate dall’impresa, comprese quelle di dovuta diligenza, i risultati conseguiti tramite di esse ed i relativi indicatori fondamentali di prestazione di carattere non finanziario;
  • i principali rischi che derivano dalle attività dell’impresa, dai suoi prodotti, servizi, rapporti commerciali, incluse, le catene di fornitura e subappalto;
  • l’utilizzo di risorse energetiche, distinguendo fra quelle prodotte da fonti rinnovabili e non rinnovabili, e l’impiego di risorse idriche.
  • le emissioni di gas ad effetto serra e le emissioni inquinanti in atmosfera;
  • l’impatto attuale e prevedibile sull’ambiente nonché, ove opportuno, sulla salute e la sicurezza, associato ai fattori di rischio;
  • aspetti sociali e attinenti alla gestione del personale, le azioni poste in essere per garantire la parità di genere, le misure volte ad attuare le convenzioni di organizzazioni internazionali e sovranazionali in materia, e le modalità con cui è realizzato il dialogo con le parti sociali;
  • rispetto dei diritti umani, le misure adottate per prevenirne le violazioni;
  • lotta contro la corruzione.

Attenzione che, se gli amministratori degli enti omettono di depositare la dichiarazione individuale o consolidata di carattere non finanziario o indicano in essa fatti non veri, sono passibili insieme ai componenti dell’organo di controllo, di elevate sanzioni pecuniarie da un minimo di € 20.000 a € 150.000, comminate a seguito di ispezioni da parte della Consob.

Avv. Giulio Graziani

Agosto 2016


Con sentenza n. 772/19/16, la CTR di Venezia, sez.19,  accoglie la tesi di Elexia.

Avendo l’Ufficio emesso un atto di recupero di un credito di imposta IRAP maturato in relazione ad attività di R&S, la società contribuente ha contestato la pretesa impugnando il medesimo dinnanzi alla competente CTP di Rovigo.

Ottenuta sentenza favorevole, l’Ufficio ha presentato appello.

La CTR di Venezia, nel confermare la sentenza di primo grado, ha riconosciuto la legittimità del comportamento della società, la quale, dopo avere svolto una prima attività di R&S in ordine ad un nuovo processo produttivo, ne ha implementato i risultati nel proprio impianto.

La tesi dell’Ufficio, secondo la quale si sarebbe trattato non di R&S, ma piuttosto di acquisto di macchinari, è stata giudicata meramente congetturale e formale, avendo omesso di prendere atto degli effettivi contenuti della fattispecie e della conformità dei fatti descritti alla realtà.

La CTR ha pertanto respinto l’appello e confermato la sentenza di primo grado, condannando l’Ufficio alle spese.

Per scaricare il documento cliccare qui

Dott. Avv. Paolo Franzoni

Luglio 2016


Pubblicato il 7 luglio 2016 il documento redatto dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti contabili dal titolo: “Principi di redazione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ex Dlgs. 8 giugno 2001 n. 231”.

Il predetto documento fornirà un nuovo e ulteriore strumento di aiuto ai professionisti impegnati in questa area nella fase di predisposizione, valutazione e revisione dei modelli organizzativi.

Si ricorda che il Dlgs. 231/01 ha introdotto nel nostro ordinamento la responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato. Tale responsabilità è subordinata alla commissione di una serie di condotte, specificatamente elencate, da parte dei soggetti apicali o dipendenti dell’ente stesso.

Il Dlgs. 231/01 prevede poi una esimente dalla suddetta responsabilità qualora l’ente dimostri di aver adottato ed efficacemente attuato misure organizzative idonee a prevenire la commissione dei suddetti reati e, in particolare, di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo alla prevenzione dei reati contestati.

Per scaricare il documento cliccare qui

Avv. Giulio Graziani

Giugno 2016


Il sito oltre a presentare le aree di attività ed i professionisti di Elexia, costituirà un canale diretto per i Clienti, per altri professionisti e per tutti coloro interessati a entrare in contatto con Elexia.

Pertanto, tutti coloro che fossero interessati a ricevere aggiornamenti legali e fiscali da parte di Elexia potranno sottoscrivere il form presente nella pagina Community.